I dieci album più importanti del grunge

Grunge è un termine coniato dai giornalisti per identificare il movimento di musica alternative esploso all’inizio degli anni Novanta, diametralmente opposto all’hard rock da stadio imperante in quegli anni. Com’è noto il fulcro della vicenda è la città di Seattle, dove operava la maggior parte delle band del nuovo genere, un miscuglio di punk hardcore e hard rock. Qualcuno ha definito il grunge come punto di incontro tra Black Flag e Black Sabbath, e forse non a tutti i torti; col senno di poi è secondo me corretto indicare l’indie-alternative americano di quel periodo con il nome di grunge, perché esso ha ormai assunto i valori di una classificazione i cui tratti distintivi sono nell’album dei Temple of the Dog. Facile individuare le band maggiori, con un probabile stupore per l’esclusione dei Melvins, a cui sono state preferite le Babes in Toyland per sottolineare l’apporto del movimento Riot Grrrl; la presenza degli Smashing Pumpkins forse non è canonica ma giustificata dall’enorme successo della band e dai legami stretti con Cobain e Courtney Love. Sofferta ma ponderata l’esclusione di Sonic Youth e Dinosaur Jr., protagonisti del fondamentale documentario 1991: The Year Punk Broke (i Sonic Youth in quel periodo avevano addirittura preso casa a Seattle), mentre qualcuno ricorderà con affetto gli Stone Temple Pilots. A corollario, un elenco di band satellite.

Temple of the Dog, Temple of the Dog
Mad Season, Above
Pearl Jam, Vs.
Soundgarden, Louder Than Love
Nirvana, Nevermind
Screaming Trees, Sweet Oblivion
Alice in Chains, Dirt
Mudhoney, Superfuzz Bigmuff
Smashing Pumpkins, Siamese Dream
Babes in Toyland, Fontanelle

Melvins
Tad
Hole
L7
Afghan Whigs
Stone Temple Pilots
Blind Melon
Bush
Green River
Motherlovebone
Sonic Youth
Dinosaur Jr.
Pixies

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I 10 album più importanti del metal

Solitamente si tende a riconoscere Black Sabbath, Led Zeppelin e Deep Purple come padri dell’heavy metal; di un generale consenso godono soprattutto i primi, e probabilmente a ragione, tuttavia è necessario ricordare che le tre band, vuoi per contesto vuoi per sonorità, devono essere contemplate nel genere hard rock: suoni ruvidi e corposi con venature blues. La nascita del metal deve essere collocata dopo la rivoluzione punk e quindi nel 1980, grazie proprio ai Black Sabbath stavolta nella duplice forma di band e di progetto solista: Heaven and Hell dei Sabbath con R.J. Dio e Blizzard of Ozz di Ozzy Osbourne definiscono lo stile grazie ad atmosfere epiche e a suoni violenti, taglienti ed elettrici. Il terzo contributo è dato dai Motörhead di Ace of Spades, sempre nel 1980. Band coeve come Iron Maiden e Judas Priest maturano la propria posizione nel 1984 rispettivamente con Powerslave e Defenders of the Faith, mentre è dell’anno precedente l’esordio dei Metallica con Kill’em All. L’estremismo raggiunge l’apice nel 1986 con Reign in Blood degli Slayer e con quello che può essere considerato il manifesto principe dell’intero movimento, ovvero Master of Puppets, ancora dei Metallica. L’aspetto più melodico del metal viene invece perfezionato nel 1987 da Appetite for Destruction dei Guns ’n Roses, punta di diamante di un calderone che raccoglie, tra gli altri, Mötley Crüe, Def Leppard e Van Halen e che parte dal seminale Back in Black degli AC/DC, anch’esso uscito nel profetico 1980: solo per un soffio la band australiana è fuori dall’elenco, a causa di un’attitudine nettamente più hard che heavy. Nove titoli su dieci appartengono agli anni Ottanta a dimostrare quanto l’heavy metal sia iconicamente legato a quella decade; degli anni successivi è l’universale Vulgar Display of Power dei Pantera, il death degli Entombed, il black norvegese e l’epic dei Blind Guardian; meno meritevoli sono invece le band collegate al fenomeno nu metal. Illustri esclusi possono essere considerati gli Helloween dei due Keeper of the Seven Keys, i Megadeth di Rust in Peace, gli Scorpions di Love at First Sting e i Sepultura di Arise.

Black Sabbath, Heaven and Hell
Ozzy Osbourne, Blizzard of Ozz
Motörhead, Ace of Spades
Metallica, Kill’em All
Iron Maiden, Powerslave
Judas Priest, Defenders of the Faith
Slayer, Reign in Blood
Metallica, Master of Puppets
Guns ’n Roses, Appetite for Destruction
Pantera, Vulgar Display of Power

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Joker: una recensione bipolare

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Sobillato dall’entusiasmo del web sono andato a vedere questo Joker con mille pregiudizi, tutti rigorosamente confermati. Il fatto che un film mediocre susciti tanta meraviglia, e soprattutto il fatto che questa meraviglia susciti un premio a Venezia, conferma quanto il pubblico sia ormai assuefatto alla mediocrità. Di sceneggiatura efficace manco l’ombra, d’altronde siamo nell’epoca del “già detto” in cui si raccontano personaggi e non storie, e questo va bene, ma che si arrivi a mostrare la solita scontata banalità, con un villain divenuto tale perché la madre lo maltrattava e il compagno della madre abusava di lui e la società lo tratta male e la gente lo tratta male e nessuno lo considera, be’, nel 2019 è francamente inaccettabile. Non c’è dolore in Joker, c’è solo la ricerca patetica di suscitare empatia e comprensione, il che ci toglie anche la soddisfazione di un liberatorio sentimento di anarchia e rivolta, dato che a una sana rivoluzione si accosta come al solito la visione di un caos provocato da poveri matti. Il dramma della malattia mentale è ridicolizzato da un irrealistico auto-riconoscersi malato mentale ma noi sappiamo che il vero dramma è nel disconoscere la realtà, e quando nella sventura cerchiamo una malinconica consolazione ci viene nascosto quel gran personaggio del vero Joker, lo psicopatico sovversivo senza passato e dal futuro incerto, emblema della vita senza senso verso cui noi tutti abbiamo un debito. Il rifiuto della società, lo snobismo sadico, il perverso sarcasmo verso un mondo conformista, sono tutti elementi seppelliti sotto piagnistei logoranti. Si legge in ogni dove che nel film sarebbero celati un gran numero di easter egg geniali e rivelatori, in verità inseriti più per manierismo che per fornire chiavi di lettura alternative, al contrario degli spiazzanti suggerimenti sullo Shining di Kubrick, ad esempio. E ancora Taxi Driver e Re per una notte più copiati che citati, con tanto di scena in stile “Dici a me? Ehi, dici a me?”
A onor del vero è necessario ammettere che ci troviamo davanti a un capolavoro di costumi, scenografie e fotografia, che comunque non educano chi non riesce a leggere oltre le immagini e non si avvede della vera natura di un emarginato.

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Nel Joker presentato ultimamente al cinema vi è un superbo elogio alla fragilità umana, filtrato attraverso un prisma da cui, una volta decostruito il raggio, non emerge alcuna parvenza di realtà. Una pellicola che si può tranquillamente considerare capolavoro, dove capolavoro deve essere considerata l’importanza data agli sbandati, ai diseredati e agli emarginati a cui non rimane altro che immaginare se stessi lontani dalla malattia mentale eppure dentro alla malattia mentale, effimera matrioska che porta a trasformare la propria risata in lamento e quindi viceversa, il dramma in divertimento. È tutta qui, la vita del Joker come anche la nostra, di vita, se vita si può dire, sospesa tra l’illusione di viverla sul serio, questa vita, oppure di essere vissuti da una non-vita che ci condanna laggiù, in fondo al vicolo, soverchiati dalla depressione e piegati dalle ingiustizie. La catarsi si raggiunge quando finalmente comprendiamo che la salvezza è nella rivolta anarchica, nel perverso rifiuto della società, nel reiterato anticonformismo con cui possiamo, se vogliamo, trovare redenzione. L’immaginazione è realtà, se davvero lo vogliamo, e la realtà è nostra: è questo, quello che ci insegna questo splendido Joker, a patto di accettare il gelido piatto della disperazione e della violenza. Questo film è ciò che ci raccontano gli occhi del Joker e non importa se quello che vediamo è l’illusione di una mente malata, perché non può essere illusione, se non l’accetti. Cannibalizzando l’intera pellicola, il Joker monopolizza tutte le inquadrature perché il Joker è tutte le inquadrature, qualsiasi altro personaggio non è altro che una figura bidimensionale senza importanza perché ogni altra persona è senza importanza, nel nostro dramma mentale.
Il film inizia con uno specchio e un uomo che si sta truccando da clown davanti a questo specchio, esplicitando da subito l’identità e la maschera, il reale e la rappresentazione dell’immaginazione che proseguirà per tutto il film: dove siamo non sappiamo, trascinati in un finale di vittoria che può essere solo nostra, nell’alba di Gotham City, noi, sbandati ed emarginati, che nel dramma della depressione troviamo la forza di rialzarci, sopra il cofano di un auto, con gli abiti laceri e il viso truccato, in un grido di definitivo trionfo.

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Della recensione fagarazziana di Joker non sappiamo quale sia la finzione e quale la realtà. Non si legge d’altro nei social: di cosa Fagarazzi pensi veramente di Joker, di cosa accomuni Fagarazzi al Joker. Siamo tutti in un’apoteosi di anticonformismo, lanciati verso la verità e verso il contrario di questa verità, che di certo non si può chiamare menzogna. Nella recensione del Fagarazzi ci troviamo immersi in una visione e in una recensione della visione che si fa bipolare, sia la visione sia la recensione, perché se Fagarazzi è il Joker e noi tutti siamo il Joker, allora noi tutti siamo Fagarazzi. Sbaglierebbe lo spettatore e pure il lettore a cercare un significato: in Joker non c’è significato e di conseguenza la recensione non può avere significato, c’è similitudine tra visione e recensione, tra film e critica, perché siamo di fronte a due lampi di genio, la visione o meglio il film, e la recensione o meglio la critica, che non ammettono rivali; e qualora ce ne fossero, di rivali, ecco che il Joker-Fagarazzi li ingloba dentro di sé in un’eredità che è materia reale, ovvero forma dell’immaginazione; così il Joker lascia discendenti e discendenti li lascia pure la recensione del Fagarazzi, e sono gli eredi di una catastrofe, di un cumulo di macerie in cui ognuno di noi diventa il costruttore di un nuovo caos, il portatore della propria verità. La rivolta è l’unica via per una possibile redenzione. La rivolta e il caos, anche mentale.
Il film non si guarda, la recensione non si legge: entrambi si affrontano mentre Fagarazzi osserva tutti e non abbassa lo sguardo. Proprio come la malattia mentale. Proprio come il Joker. Proprio come il rock ’n roll.

Eroina a nord est

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La mattina di questo principio d’autunno è fredda ma non rigida; un freddo mascherato, ancora mitigato dagli ultimi giorni d’estate, cosparso dalle prime foglie che cadono. È uno dei momenti più strani dell’anno. Passare in bici per Campo Marzo è come osservare una realtà distante. Cittadini che si tengono ai margini del parco, spacciatori strafottenti che richiamano passanti, disperati che si bucano senza più alcuna speranza. In questo campo di battaglia senza guerra, dove si muore per overdose otto volte più che a Napoli, il tossicodipendente è lasciato alla solitudine del cercarsi una vena tra arti magri e intorpiditi, mentre la mafia nigeriana mostra zanne affamate di denaro. Eppure c’è chi ha vinto le elezioni comunali, con la promessa di ripulire Vicenza dal degrado, salvo poi mostrare bandiera bianca di fronte alla realtà dei fatti. Degrado e decoro, parole così vuote e così ricorrenti nella bocca di quelli che inneggiano alle bastonate, ignorando perché si dovrebbe bastonare; e intanto l’ago penetra la vena a lungo cercata, un sollievo e la vita se ne va, qui a Vicenza, in questo 2019 proiettato verso il mito della crescita. 

Nell’autunno vicentino non vi è nulla di più vuoto del vedere un parco trasformato in un deserto, di una siringa abbandonata in Piazzale Bologna, di emarginati che preparano la propria dose quotidiana al Park Cattaneo, di senzatetto che cercano riparo sotto la chiesa di San Giuseppe. Quanto ribrezzo causa la visione di un tossicodipendente, quanta tracotante indifferenza verso chi si autocondanna alla morte; per il cittadino benestante questa sofferenza deve rimanere celata, e quando invece è agli occhi di tutti la soluzione è ovvia: bastonate. La compassione viene interpretata come buonismo è quindi la derisione è lecita, la derisione degli ultimi ma anche la derisione dei cosiddetti buonisti, anche se la condizione degli ultimi è lo specchio della società dei primi, prima i veneti. 

Le sfavillanti cene in Piazza dei Signori, le statue di Dalì, gli aperitivi sui plateatici, il composto passeggio in Piazza Castello, l’allegria di ViOff. In questo principio d’autunno tutto pare così vano, tutto si perde. Nel constatare che l’amministrazione si dimentica di incontrare gli ultimi, i balordi e gli sbandati, vien da pensare quanto potrebbe essere angosciante trovarsi effettivamente tra gli ultimi, i balordi e gli sbandati, quando l’aiuto a coloro che soffrono rappresenta la misura di quanto una società sia evoluta.

 

 

Countdown to Extinction

Ognuno ha la propria verità ma ci sono verità obiettive, per quanto scomode. Quella all’ordine del giorno riguarda la protesta contro i cambiamenti climatici. Ebbene, il rapporto del 2018 dell’Ipcc, Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, afferma che entro il 2030 si dovrebbero ridurre le emissioni di anidride carbonica di almeno il 45% a livello globale, rispetto ai livelli del 2017, e azzerare l’uso del carbone per usi energetici entro il 2050. Obiettivi sempre più distanti dal momento che, senza una significativa riduzione delle emissioni a livello globale, si supererà la soglia degli 1,5 °C entro il 2040 e si toccheranno i 3 °C in più entro fine secolo. Per la comunità scientifica le conseguenze saranno esponenziali e imprevedibili, e proprio nell’imprevedibilità si nasconde l’inevitabilità di un futuro drammatico. Tradotto: non c’è più nulla da fare, la società civile sarà al collasso entro fine secolo, e per tentare di salvarla manifestano proprio coloro che al mondo non ci dovrebbero stare, considerato che il problema più grande, a detta della comunità scientifica stessa, è il sovrappopolamento. Con le Vans ai piedi e lo smartphone in mano pensiamo di sensibilizzare chi ha profitti miliardari in tasca e solo a quei profitti è sensibile, e nessuna manifestazione toglierà questi profitti dalla testa di chi non è sensibile all’ambientalismo, come non toglierà il desiderio di benessere senza compromessi dalla testa di chi, povero e ignorante, vive nell’emisfero sud del pianeta. Quanto a noi occidentali, alla sera guardiamo un film su Netflix e smanettiamo su internet (il download di un singolo GB costa DUECENTO litri d’acqua) e al mattino accendiamo la nostra bella automobile ibrida, convinti che da essa escano fiorellini. Nella mia misera vita di ambientalista sconfitto ho incontrato vicini di casa sicuri che le autostrade servono a ridurre l’emissione di CO2, che la Pedemontana snellisce il traffico, che la TAV eliminerà un milione di tir dalle strade, che le lampade cinesi favoriscono l’ambiente, che diecimila statunitensi in una base portano ricchezza e benessere. Ma dove vogliamo andare? Non ci sarà alcuna mobilitazione a salvarci, per fortuna. Io stesso sono il primo degli ipocriti: sono un talebano del riciclo, dell’ambientalismo e dell’ecologia, compro soprattutto roba usata, mi muovo per il 90% dei miei spostamenti in bicicletta, lavo la mia poca plastica prima di gettarla speranzoso nel cassonetto, centellino energia elettrica e acqua, ma se un domani qualcuno dovesse dirmi che per salvare il pianeta sarebbe necessario rinunciare al mio giradischi Technics quarzato e flottante e ai miei diffusori ESB assemblati a mano, risponderei senza indugi: “Fanculo, meglio morire.”
E quindi fanculo società civile, passerà qualche migliaio d’anni e il mondo saprà riprendersi, noi saremo solo dinosauri in qualche scavo archeologico del futuro.

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