Alle spalle il Sartea degli antichi weekend alcolici, a sinistra il bowling abbandonato, più avanti l’Istituto Fusinieri. Davanti Skah che mi aspetta altissimo, giubbotto in pelle, criniera e barba; accanto ingobbisce Zarke con lo zaino che pesa la macchina fotografica. Dopo un attimo arriva Costantino ricercatore di sociologia. Si va. Via D’Annunzio termina con un cancello di ferro che ci separa dalle rotaie, lo superiamo, violiamo lo spazio delle FS mentre un autoctono ci scruta sospettoso. È così, lo aspettiamo, lo sappiamo, è lì. Il Muro è lì. Lì. Il Muro, perché ci sono tanti muri ma questo è il primo Muro legale a Vicenza, dal 1992 ai primi anni Duemila il tempio del writing cittadino, il Muro dove ancora troneggia il lettering V.I. su sfondo rosso con rose e spine, la scritta Hall of Fame 1997 e tutto il resto sfila stinto per decine di metri, graffiti cancellati dagli anni, coperti da altri disegni, nascosti dalle piante cresciute selvagge, ma no, non si possono chiamare graffiti, l’ha ribadito il newyorkese Phase 2 a Skah, si chiama writing e io me la immagino vivida la S.I.A. Crew mentre spruzza vernice sul muro, li vedo davanti a me Skah, Onice 135, Dextone e Nex che modificano i tappi delle bombolette per creare il flusso migliore, vedo Nex demone urbano che nottetempo vuole dipingere uno spazio lì vicino, lo vedo bardato di giubbotto e maschera che oltrepassa le barriere, sale sul cofano di un’auto e si arrampica per raggiungere il proprio obiettivo, e l’auto su cui era salito riparte di scatto perché la coppia che si era appartata si è pure spaventata. Sono gli anni Novanta e gli anni Novanta li vedo scorrere su un Muro con disegni sbiaditi, su un piccolo mondo di treni che si spostano e raccontano al resto dell’Italia quello che hanno visto a Vicenza, sul Muro di Vicenza che sembra hip hop americano, sento sullo stereo i pezzi rap del momento, dai Run DMC ai Public Enemy, dai Sangue Misto a Lou X, sono gli anni Novanta ed è il 2021, lo vedo tra i disegni scoloriti, tra la mia memoria inquieta, tra la mia forza che è anche la mia debolezza: quella di ricordare. Usciamo dalla zona ferroviaria, torniamo in via D’Annunzio, saliamo sul ponte pedonale ed è tutto sotto di noi e attorno a noi, il fiume di binari, le paratie in ferro piene di tag, i passi che echeggiano metallici, questo micromondo che è pure un macromondo, che nasce a Vicenza ma che vola fino alla periferia di New York; è là in fondo dove c’è la Polfer, è qui dietro, al Dopolavoro Ferroviario, al Blu Tango, al cavalcavia dove aspetto il mio coach di basket che mi scarrozza all’allenamento, mentre Skah sbomboletta l’ennesima scritta, una delle quattro lettere del suo nome, una delle quattro lettere che conosce a memoria in cento forme diverse e in cento forme studiate, ponderate, modificate, un’evoluzione personale, un protendersi verso uno stile proprio, unico, esclusivo, originale, irripetibile, uno stile che si distingue dagli altri. È così. Giù il Muro scorre verso est e nella linea temporale corre verso il futuro, non ha senso rimanere nel passato, è tutto qui e ora, negli anni Novanta che sono il 2021, che saranno di nuovo il Muro dove il Muro rivive, è necessario farlo rivivere, non più solo nei ricordi ma in lettere nuove, perché il writing non è un’impellenza che è necessario spiegare ma È e basta, come lo scrivere, come lo scrivere che È e basta, come lo scrivere un libro che non ho più l’energia di scrivere perché chi scrive per un fattore esistenziale è assillato dal dramma dell’esistere, che poi è quello dello scrivere. Writing, un’etica che è anche uno stile, una condotta underground lontana dal conformismo e dalle leggi del mercato: solo per pochi, solo per se stessi, solo per noi. Come vivere, come il Muro che deve rivivere.

Domenica 21 febbraio 2021 siamo andati in quattro a vedere un muro che hanno dipinto in quattro, a cui molti si sono ispirati e che ancora adesso rivive nell’attitudine di molti. Il desiderio è quello di conservarne alcuni punti e di renderlo disponibile a chi vuole ancora disegnare. Ci siamo impegnati per portare questa idea all’Amministrazione cittadina perché un luogo di culto dell’underground sia valorizzato anche in una città che ripudia l’underground. L’underground, una delle motivazioni più autentiche per creare e condividere.

Ad maiora.

(foto di Davide Zarke Zordan)