Racconto originariamente apparso nel romanzo a mosaico Nero Cemento (Nerocromo, 2016)

Aveva trovato due vecchi orologi ancora funzionanti, era bastato collegarli al generatore e le lancette avevano ricominciato a ticchettare. Pensò che li avrebbe scambiati con della benzina. Li chiuse in una cassa nella stiva e riavviò il motore, allontanandosi dal palazzo semisommerso dalle acque; aveva l’impressione che l’edificio sarebbe crollato da un minuto all’altro anche se sapeva che quelle mura stavano in piedi da secoli, un tempo radicate su strade di cemento e ora immerse in un canale di acqua scura e inquinata, densa del bitume ereditato dalle industrie del vecchio mondo. Le increspature sulla superficie riflettevano una casa che tremava come una pellicola danneggiata. Doveva far presto, fra un’ora al massimo il sole sarebbe stato alto nel cielo e allora il calore e la luminosità sarebbero diventati quasi insopportabili. Si infilò gli occhiali polarizzati e mosse la barca attraverso un fragile intrico di ninfee, distruggendo il pallido tappeto verde-rosa con lo scafo del Barracuda. Ai lati del canale la vegetazione cadeva nell’acqua, eruttava enormi foglie tropicali dalle finestre degli edifici e perdeva nella risacca alcuni rami che andavano alla deriva, trascinati dalle onde.

Osservando una macchia d’olio che galleggiava poco distante, Napoleon si ripeté che doveva trovare benzina al più presto. La prossima locanda di mare non doveva essere lontana: accese la radio e cercò una trasmissione vicina. Stava navigando in un laguna ai piedi di una collina, sulla cui sommità si scorgeva il campanile di una chiesa. Provò a orientarsi con la cartina geografica. C’era scritto Monte Berico. In quel momento la radio captò una musica ritmata e allegra, voci femminili in un ritornello orecchiabile: Waterloo, couldn’t escape if I wanted to…
Rimase incollato all’altoparlante, rapito da quella melodia irresistibile, illuminato dai riflessi di un enorme sole incandescente che si specchiava nell’acqua alle porte di Vicenza. Questo, era il nome segnato sulla mappa.

Bzzz… vi ricordate degli Abba, gentili ascoltatori?” disse una voce maschile al termine della canzone. “Bzzz… voci dal passato che riemergono nelle lagune del presente… bzzz…
Si affaccendò sul potenziometro per rendere il segnale più nitido.
Bzzz… e ora… bzzz… se siete dei naviganti… bzzz… sappiate che la Locanda Palladiana vi aspetta alle coordinate GPS 45.547023 e 11.546726… bzzz… se siete dei concittadini, ricordate che domani parte l’ultimo traghetto per l’evacuazion… bzzz…
Aveva sentito abbastanza, gli bastavano le coordinate. Avrebbe preferito qualche altra canzone di quel gruppo, gli Abba; forse alla locanda ne avrebbe avuto l’opportunità. Il caldo cominciava a farsi sentire. Inserì le coordinate nel navigatore GPS, quindi partì e il rombo del motore spaventò alcuni enormi insetti che galleggiavano sulla linea di galleggiamento a pochi centimetri dalla chiglia. 

I canali verso la locanda erano ostruiti da sedimenti e macerie. La via più diretta, quella che passava sotto Porta Castello, era bloccata dall’acqua. Il livello aveva raggiunto le arcate superiori del passaggio, sopra il quale cresceva un muro di piante rampicanti che saliva fino alla sommità dell’antica torre, un labirinto di felci dove avevano trovato rifugio volatili mutati. Il clima radioattivo aveva contribuito all’aumento delle dimensioni corporee di molte specie di uccelli e anfibi, sacrificando invece il numero dei mammiferi del pianeta, compreso l’uomo. Napoleon osservò le zone d’ombra sotto la vegetazione giurassica assicurandosi che non celassero caimani o altri rettili predatori, poi calcolò un percorso alternativo sul computer di bordo e scelse una strada a sud del lago. Qualche minuto dopo sentì il frastuono di un motore e mise mano al fucile. Controllò che l’arma avesse il colpo in canna lasciando la sicura inserita, pronto a toglierla con un immediato movimento del pollice. Da un canale secondario, tra accecanti bagliori solari, sopraggiunse una moto d’acqua guidata da un uomo in divisa. Napoleon strinse il calcio del fucile nella mano destra, avvicinandolo al parabrezza del Barracuda.
“Sei diretto alla locanda?” fece l’uomo. Indossava un paio di enormi occhialoni e un cappello a falde larghe. La divisa era quella grigia dell’esercito, logora ma ancora in grado di incutere rispetto.
Napoleon annuì con il capo. L’uomo fece cenno di seguirlo e diede gas al potente mezzo spruzzando acqua salmastra sul parabrezza del Barracuda. Napoleon lo seguì al massimo della velocità manovrando sugli indicatori di bordo. Il serbatoio era ormai quasi vuoto, gli rimaneva una sola tanica di riserva, un bidone di plastica nascosto nella stiva tra casse piene di oggetti recuperati in anni di esplorazione.

L’uomo lo guidò tra canali ingombri di vegetazione lussureggiante, canyon formati da edifici risalenti a un’epoca che la Terra non avrebbe rivisto mai più. In alcuni corsi d’acqua il sole rendeva la superficie uno specchio ardente e accecante, tanto luminoso da far sembrare la corrente una lingua di fuoco infernale. Gli spruzzi sollevati dalla moto d’acqua erano come fiamme abbacinanti.
Imboccarono uno stretto passaggio circondato da piante preistoriche: il Barracuda ci passava a malapena e gli arbusti sfioravano la barca con gigantesche foglie striate di viola. Nell’oscurità del fogliame occhi anfibi sporgevano dal pelo dell’acqua. Napoleon provò a scrutare il fondale: dove l’acqua non era putrida, di un odore acre e marcescente, si scorgevano negozi dimenticati dallo scorrere del tempo, cancellati dall’incombere di una natura spietata e inarrestabile.

Il rilevatore di raggi UV aveva da poco superato la soglia di pericolo, quando le due imbarcazioni sbucarono in una laguna raccolta tra edifici piuttosto bassi e sgombri di vegetazione. Un campanile in parte crollato proiettava la propria ombra sull’acqua stagnante e la mole di un palazzo bianco riempiva la maggior parte dello spazio visibile. Il tetto era verde, simile a un’enorme carena rovesciata, privo di piante eccetto sulla balaustra, dove viticci e fronde imprigionavano col loro abbraccio alcune statue di marmo, mimetizzate tra le foglie come silenziose sentinelle vietnamite nella foresta. L’edificio era segnato da crepe profonde ma la struttura sembrava solida e ben piantata sulle fondamenta.
La moto d’acqua attraccò a uno dei moli del palazzo. L’uomo saltò sul pontile e aiutò Napoleon a ormeggiare. Il porticciolo era occupato da numerose barche con la vernice scrostata, rosse di ruggine, e alcuni uomini sedevano su delle sedie di plastica fumando sigari toscani ammezzati. Napoleon chiuse a chiave il portellone della stiva e raggiunse il suo compagno di viaggio.
“Mi chiamo Wellington, sono una guardia lagunare di Vicenza,” disse l’uomo. “A dire la verità l’unica, tutti gli altri sono già partiti.”
“Io sono Napoleon, navigatore libero.”
“Recuperi oggetti e li baratti con quello che ti serve per sopravvivere, eh? Da dove vieni?”
“L’ultima città che ho visitato è stata Bologna.”
Wellington fece segno di oltrepassare un parapetto e scambiò un saluto con gli uomini che fumavano. Si girò di nuovo verso Napoleon. “È ancora abitata?” chiese.
“Si stanno preparando ad abbandonarla. I traghetti sono diretti verso gli Appennini.”
“Mah. Vedrai che l’aumento delle temperature li costringerà prima o poi a raggiungere le Alpi.”
“Dove ci siamo incontrati ho visto un’isola, Monte Berico. C’è ancora qualcuno là?”
“Monte Berico? Non la chiamano così fin dai tempi dell’Onda. Non ci va più nessuno, pare sia infestata dagli spiriti. Sciocchezze, ma chi ci pensa più ormai? I problemi sono altri.”
Napoleon osservò le profondità e vide un colonnato sommerso, identico a quello che affiorava dalle acque.
“Questa è la Basilica Palladiana,” fece Wellington, “un tempo simbolo della città e ora sede della locanda di mare e della guardia marittima. Sei qui per il traghetto? Domani parte l’ultimo, verso l’Altopiano di Asiago. Da lì puoi raggiungere gli insediamenti sulle Alpi.”
“E qui?”
“Rimarrò io con un paio di scienziati per le rilevazioni sismiche. Certo, ogni tanto passeranno gli elicotteri dell’esercito per monitorare l’innalzamento delle acque, ma per quanto? Spero di andarmene presto anch’io.”

La Basilica non era affollata, lo si notava dai pochi bagagli che giacevano sul pavimento del porticato esterno. I viaggiatori erano all’interno dell’edificio, al riparo dal caldo infernale, refrigerati dall’impianto di condizionamento che si sentiva rombare vicino al soffitto. 
“Sei armato?” chiese la guardia. Napoleon aprì lo zaino e mostrò una pistola.
“Qui non ti servirà. È tutta gente pacifica che pensa solo a raggiungere un posto sicuro. Tienila chiusa nello zaino e saremo tutti più tranquilli, ok?”
Napoleon annuì, spalancò il pesante portone e varcò la soglia della locanda. Una piacevole frescura sfiorò la pelle sudata. Tavoli e panche riempivano un ampio salone medievale, le cui finestre erano state oscurate per impedire l’ingresso dei raggi solari. L’ambiente era illuminato da grandi lampade a led, calde, di color paglierino, appese a lunghi cavi penzolanti dal soffitto. Sembravano antiche lanterne a olio. La zona più vicina al bancone era occupata da una ventina di viaggiatori che chiacchieravano tra loro, e da una porta sulla sinistra sbuffava profumo di cibo. 
Wellington si accomiatò e si diresse verso un’altra uscita.
“Cosa c’è da mangiare?” chiese Napoleon a un uomo dietro il bancone. L’uomo era privo del braccio destro, maneggiava straccio e bicchieri con sorprendete abilità servendosi dell’unico arto rimasto.
“Scatolame dell’esercito o carne decontaminata,” rispose l’oste. “Coccodrillo, gabbiano e pesci vari. Ma sarà pronto fra un paio d’ore. Domani prendi il traghetto?”
“Sì. Posso sedermi?”
“Certo. Cosa vuoi da bere? Abbiamo vino e acqua depurata.”“Porta il vino.”
L’oste annuì, poi indicò uno schermo e disse che stava per proiettare un vecchio film. Napoleon si accomodò poco distante. Poco dopo tornò l’oste con il vino e si mise a trafficare coi pomelli del proiettore. Inserì un dvd nel lettore e schiacciò alcuni pulsanti.
“Mi chiamo FitzRoy,” disse l’oste. “Questo è il film che tutti vogliono vedere. Guardalo e pensa a che razza di apocalisse si aspettava la gente del secolo scorso.”
Napoleon sorseggiò un po’ di vino e fece cenno a FitzRoy di lasciare tutta la bottiglia.
“Come paghi?” chiese l’oste.“Ho un po’ di roba. Orologi, martelli, cacciaviti, fedi nuziali…”
“Gli orologi possono andar bene.”
“Ho bisogno di benzina.”
“Allora non parti?”
“Mmm. C’è una radio qui? Poco fa ho sentito che trasmettevano musica.”
“È su una torre sul retro della Basilica; si entra da quella porta, poi si segue un corridoio e si salgono delle scale. Perché me lo chiedi?”
“Così, vorrei fare una visita. Si può?”
“Al vecchio Gebhard fanno sempre piacere le visite.”
Nel frattempo il film era iniziato. Napoleon si appoggiò allo schienale di plastica, scivolò col busto verso il basso e si distese sulla sedia, sollevando le gambe sul tavolo. Scolò tutto il bicchiere di vino e lo riempì di nuovo, mentre sullo schermo appariva il titolo del film: Mad Max Fury Road

Si risvegliò all’improvviso, scosso da FitzRoy che lo avvertiva che il pranzo era pronto.
“Com’è finito il film?” chiese all’oste.
“Cisterne di benzina e acqua.”
“Ah, già, la benzina. Ne hai trovata?” 
“Ti posso lasciare la mia, ne ho dieci taniche nel magazzino della Torre Bissara. Cos’hai da darmi in cambio? Le fedi sono d’oro?”
“Sì.”
“Allora ne prendo una. Ora vieni a mangiare.”
Napoleon fece fuori un’intera zuppa di fagioli in scatola riscaldata nel focolare della locanda, poi provò a uscire all’esterno della Basilica. Il caldo era opprimente, denso e umido; si riparò all’ombra del colonnato e accese un toscano.

La stanza dove si trovava lo studio radiofonico era una spaziosa cella all’interno della tetra Torre del Girone, sul retro della Basilica. Trasmettitori, amplificatori e mixer erano collegati da cavi neri che serpeggiavano da un’apparecchiatura all’altra come grovigli di liane nella giungla. La saletta era illuminata solo da un’abat-jour col paralume in stoffa rossa; nella penombra si vedeva risaltare il viso rugoso, striato di spessa luce arancione, di un vecchio seduto a un tavolo ingombro di strumenti analogici.
“Ehi amico, che ci fai da queste parti?” chiese l’uomo.
“Sono venuto ad ascoltare musica,” rispose Napoleon. 
“Allora sei venuto nel posto giusto, amico! Io sono Gebhard, per servirti.”
L’uomo era un vecchio hippie che indossava una fascetta tergisudore attorno alla nuca. Aveva sopracciglia cispose e piccoli occhialetti tondi.
“Mi concedi solo un secondo, amico?” chiese l’hippie. “A proposito, come ti chiami?”
“Napoleon.”
“Gran bel nome! Mi ricorda un pezzo che ho trasmesso qualche ora fa, una canzone degli Abba.”
“Potrei risentirla?”
“Be’, in una scaletta radiofonica non si dovrebbe riproporre due volte lo stesso brano, ma visto che è il mio ultimo giorno di trasmissione chi se ne fotte delle regole?”
“Grazie.”
“Lancio il disco e poi ti offro del mescal, che ne dici?”
Napoleon non aveva mai sentito parlare di mescal, per lui andava bene qualsiasi tipo di alcolico. Gebhard si concentrò sugli strumenti: prese un piccolo disco nero, lo appoggiò a un piatto girevole, avvicinò le labbra al microfono e pigiò un grosso tasto rosso.
“Gentili ascoltatori, siete ancora sintonizzati sulla modulazione di frequenza 100.3! Qui al microfono c’è sempre il vostro fido Gebhard, per servirvi! Sono in compagnia del mio nuovo amico Napoleon e proprio a lui dedico il prossimo pezzo, ricordandovi che ci troviamo alle coordinate GPS 45.547023 e 11.546726 e che domani da qui parte l’ultimo traghetto per l’Altopiano di Asiago. E ora, su esplicita richiesta d Napoleon, ecco Waterloo degli Abba!”
Napoleon si cristallizzò nell’incessante ritmo dance di Waterloo: una pomposità sgargiante e scintillante, una melodia di voci colorate e sbarazzine che lo ipnotizzò per tutti i centottantasei secondi della canzone. Si accorse di avere un sorriso smagliante scolpito sul viso, una sensazione che non provava da anni.
“Tutto bene amico?” domandò Gebhard. “Sembra che questo pezzo ti metta a tuo agio. Ecco, bevi del mescal, bevi.”
Se ne stettero a bere mescal tutta la sera e Gebhard mise sul piatto molti dischi del vecchio millennio. Ogni tanto il dj dava notizie ai naviganti, informazioni sulle correnti, sul tasso di radiazioni e sulla previsione di maremoti. Fumarono assieme qualche sigaro, bevvero un paio di bottiglie di mescal e ascoltarono alcuni dischi degli Eagles, dei Creedence Clearwater Revival e dei Fleetwood Mac.

Al risveglio aveva un gran mal di testa, circondato dai rumori dei migranti che si preparavano a partire. Un tizio gli disse che il traghetto sarebbe arrivato entro un paio d’ore. Si fece servire una tazza di caffè da FitzRoy e acquistò la barca a remi dell’oste in cambio di un paio di stivali, poi raggiunse il Barracuda, lo agganciò alla barchetta, mollò gli ormeggi e cercò un posto sicuro e riparato, capace di proteggere l’imbarcazione anche in caso di innalzamento dell’acqua. Trovò un’insenatura a nord della Basilica, una baia tranquilla circondata da solide mura coperte di vegetazione. Inserì i codici di accesso nei computer di bordo e spense il generatore principale, rivestì l’imbarcazione con un telone mimetico e tornò alla Basilica remando.
Sul traghetto si appisolò quasi subito, cullato dal movimento ondulatorio della navigazione e dal pulsare ritmico del motore. Salendo aveva visto FitzRoy e Gebhard, con quest’ultimo si era accordato per una bevuta non appena fossero sbarcati al porto di Thiene. Si diedero appuntamento per un paio d’ore dopo, quindi si distese in un angolo e si addormentò.

L’avevano chiamata l’Onda.
Era successo almeno quarant’anni prima, quand’era bambino. Alla televisione avevano parlato di tempeste solari, riscaldamento globale, scioglimento dei ghiacciai, terremoti e tsunami; cataclismi ambientali forse dovuti all’esplosione di una lontana supernova che aveva compromesso l’attività solare. L’inquinamento causato dall’uomo si era combinato coi sommovimenti geofisici conseguenti all’instabilità del sole, provocando un repentino ed esponenziale peggioramento delle condizioni climatiche. I primi terremoti erano stati terribili e avevano ridotto le città a cimiteri di macerie; lo sciame sismico era continuato per molti mesi radendo al suolo strutture importanti come palazzi, stazioni, ospedali. Le zone costiere erano state danneggiate dagli improvvisi tsunami ed erano finite sommerse dal mare. La temperatura media era aumentata, i raggi UV erano diventati più pericolosi e gli eventi sismici avevano distrutto porti, centrali nucleari e giacimenti petroliferi, causando un’apocalisse di devastante inquinamento. Il cataclisma non aveva portato effetti solo morfologici: le alte temperature e la radioattività avevano provocato la nascita di una giungla tropicale mutata e pericolosa, popolata da giganteschi anfibi simili a piccoli sauri. Tutti i mammiferi erano diventati meno fertili, soprattutto gli uomini; nel giro di trent’anni il pianeta aveva perso gran parte della popolazione umana. I governi avevano cercato di rattoppare i buchi trasferendo la popolazione nelle zone interne dei continenti e cercando di ripristinare un’apparenza di normalità, ma quando il mare aveva invaso le strade di molte città d’Europa, e il caldo torrido avevo reso insopportabile la permanenza in tutte le altre, la soluzione venne trovata nel migrare in massa verso le zone di montagna perché sopra i mille metri la situazione era ancora vivibile. Ancora per qualche anno, forse. E dopo?

A tutto questo e ad altro ancora pensava Napoleon a bordo del mezzo cingolato che lo portava dal porto di Thiene alla strada del Costo. Tutto il territorio era diventato un immenso campo di melma a causa delle imprevedibili ondate marine, che avevano formato pozze d’acqua scura in cui sprofondavano vecchie automobili. Il convoglio, risalendo la via fangosa, passò di fianco a una macchina inabissata come una nave in procinto di affondare, una Fiat blu notte di cui si vedeva solo il retro; tra le chiazze di fango si leggeva a malapena la targa. Attorno alle fosse molte case erano crollate o rese inagibili dalla catena di terremoti che sembrava essersi arrestata circa un anno prima. Nonostante questo lungo periodo di inattività, tutti si aspettavano una nuova catastrofe, un terremoto capace di squarciare montagne, qualcosa di gigantesco: la Grande Onda.

Arrivarono a Piovene Rocchette, un disperato avamposto verso la salvezza delle montagne popolato di decine di profughi che aspettavano il loro turno per unirsi ai convogli di risalita. Il borgo conservava ancora i bastioni e i contrafforti costruiti dall’esercito qualche anno prima, quando l’esodo era meglio organizzato ed era necessario difendersi dalle bande di predatori che minacciavano le zone più selvagge. Ora rimaneva solo un piccolo contingente militare a controllare i flussi, del resto ormai esigui rispetto al picco dei tre anni precedenti, quando i governi avevano dichiarato lo stato di calamità irreversibile e invitato tutte le popolazioni a cercare rifugio verso le città-alte, le città dei sopravvissuti, le nuove capitali dell’umanità.
La carovana venne fatta pernottare presso un supermercato svuotato dagli scaffali e adibito a dormitorio comune. I militari gestivano la faccenda in maniera sommaria segnando il nome dei profughi in un registro; Napoleon notò che indossavano divise scolorite e rattoppate. Tutti i profughi vennero assegnati alla carovana che sarebbe partita l’indomani all’alba, diretta verso l’Altipiano di Asiago. 
Prima di dormire Napoleon fissò le vecchie casse del supermercato, scardinate dalla loro sede e accatastate lungo una parete. Ricordò con un po’ di difficoltà la sua infanzia, i suoi genitori che posavano la merce appena acquistata sul nastro trasportatore e poi la raccoglievano in grandi buste di plastica. Durante quei pomeriggi i diffusori del supermercato diffondevano una musica spensierata, sospesa sopra un attimo di apparente tranquillità; un momento quotidiano scandito dal meccanismo del nastro trasportatore, che con gesti ripetitivi portava verso un ineluttabile punto di non ritorno.

Il giorno successivo si accodò ai compagni di Vicenza. Salirono sui mezzi cingolati adibiti a trasporto persone. Nel gruppo serpeggiava eccitazione, tutti erano impazienti di raggiungere le zone civilizzate dove l’uomo manteneva ancora, seppur a stento, i suoi domini. Mezz’ora dopo si udì il rombare di motori, poi la carovana si mise in marcia.
Bevve un’ultima bottiglia di mescal con Gebhard mentre risalivano la montagna. Osservarono assieme la martoriata regione che ora, dopo anni di cataclismi, assomigliava a un campo di battaglia coperto di crateri. Napoleon guardò la pianura, si sporse dal cingolato che percorreva la Strada Provinciale 349 e scagliò con forza la bottiglia vuota sull’asfalto crepato, frantumandola in mille pezzetti di vetro.

Sull’altopiano resistevano molti abeti e qualche faggio, e forse, nel profondo dei boschi, viveva ancora qualche animale selvatico. Napoleon si stupì nel vedere quello strano paesaggio dove l’acqua era quasi assente, se non per rare pozze melmose disperse tra prati bruciati dal sole. Sembrava un enorme foglio giallo macchiato d’inchiostro, su cui spuntavano verdi chiodi che ancoravano la carta al tavolo da disegno. Napoleon tornò indietro con i ricordi, a quando, qualche anno prima, aveva trovato presso un argine la carcassa di un tasso col ventre squarciato.
“Non ti illudere, il caldo sta cominciando a rovinare anche la montagna,” affermò Gebhard più cinico del solito. “Da queste parti, e anche più su, stanno provando a convertire caverne, cave e miniere in zone abitabili. Saremo costretti a vivere sottoterra, tra la roccia e il buio, uscendo in superficie solo per procacciarci cibo e materie prime. Resisteremo in pochi.”
“Forse sarebbe meglio restare in pianura,” osservò Napoleon.
“Col pericolo costante di maremoti, tsunami e terremoti? Le radiazioni, l’inquinamento e tutto il resto? Nah, se vogliamo provarci, la montagna è il posto giusto.”
In quel momento, quasi fosse stata richiamata dalle parole di Gebhard, la terra si mosse. Lo sciame sismico costrinse la colonna di profughi a fermarsi di colpo. 
“Anche qui ci sono terremoti. E se una galleria dovesse crollare?” domandò Napoleon.
“Mi seppellirà assieme ai miei dischi,” rispose Gebhard mostrando un flightcase pieno di 33 giri.

Anche ad Asiago molti edifici erano crollati. Nessuno si era preoccupato di sistemarli e ora le macerie servivano come supporto alla tendopoli che si estendeva per tutto il centro cittadino. Le attività si concentravano attorno alla caserma dell’esercito, dove pochi militari male equipaggiati tentavano di organizzare la migrazione verso i centri in altitudine. Napoleon scambiò una cintura con una bussola e un coltellino svizzero. 
Scese la notte e i due amici andarono a visitare il sacrario militare, uno dei principali ossari militari della Prima guerra mondiale. Sfilarono al buio delle gallerie perimetrali e assiali, osservando in silenzio i loculi che contenevano le ossa dei caduti. Il silenzio era sacro, protetto dal buio e da decine di nomi dimenticati. 
Non appena i due uscirono all’aperto si sentì un rumore provenire dall’interno, come se il monumento lamentasse un sacrilegio. Napoleon e Gebhard si guardarono negli occhi e subito capirono che il rombo non veniva dalla cripta ma da sottoterra, profondo e terribile. La superficie cominciò a tremare: la scossa durò quasi un minuto e al culmine della potenza, quando fu difficile persino mantenere l’equilibrio, si aprì una voragine nel prato prospiciente il monumento. Ci fu un boato e l’altura si spaccò in due, contorcendosi in un’esplosione di sassi; la terra venne dapprima espulsa verso il cielo, poi ricadde pesante. Ci furono un paio di scosse di assestamento, come se un temporale si stesse allontanando verso l’orizzonte, quindi un silenzio innaturale tornò sull’altopiano. 

Nel buio della notte era impossibile valutare lo stato di Asiago. Una moltitudine di persone su muoveva in maniera confusa e terrorizzata; fuochi d’accampamento mostravano una danza convulsa, circondata da una nuvola di polvere. Dopo pochi minuti si cominciarono a contare i feriti e a riorganizzare l’accampamento. Alle prime luci del giorno Napoleon diede un’occhiata al paesaggio: l’osservatorio era crollato e molte case avevano subito la stessa sorte. L’arco dell’ossario era ancora in piedi, così come l’Hotel Linta poco distante. Il campo profughi di Asiago aveva subito danni ingenti ma le perdite umane erano state poche, dato che la maggior parte delle persone dormiva nelle tende. Tutto il villaggio discuteva allarmato del terremoto della notte precedente, un sommovimento così potente da crepare la montagna. I vecchi parlavano della Grande Onda: ripetevano, quasi orgogliosi, che loro immaginavano da tempo la sua furia distruttrice, una forza molto più potente di quella delle antiche scosse sismiche. 

“La situazione è disperata,” avvertì Gebhard. “Noi partiamo domani per Bolzano. Vieni?”
“No. Torno giù.”
“Perché?”
“Sono venuto qui solo per curiosità, per vedere se c’era qualcosa di utile per i miei traffici.”
“Tu sei pazzo. Tieni,” disse Gebhard raccogliendo un walkman dallo zaino. “Ti ho preparato un regalo. Qui dentro c’è una cassetta con le migliori canzoni degli Abba.”
“Vedi? È stato utile venire.”
“Riguardati,” disse Gebhard abbracciando l’amico.

Napoleon barattò gli ultimi medicinali che gli restavano con un motocarro, si fece spiegare come guidarlo e si diresse verso la pianura. Diede un’ultima occhiata all’ossario e partì. Sulla strada di ritorno incontrò profughi disperati che gli chiesero notizie dalla montagna; li rassicurò con poche parole e domandò a sua volta cos’era successo in pianura. Gli dissero che il maremoto aveva devastato molti edifici e il conseguente tsunami aveva dato il colpo di grazia a ciò che restava. L’acqua del mare si era alzata di alcuni metri. Il porto di Thiene non esisteva più, loro avevano lasciato le imbarcazioni più a nord.

Arrivò alle spiagge dopo una giornata di difficile cammino e si appropriò di una barca abbandonata vicino a una rotatoria. Si diresse verso sud. Quando giunse a Vicenza vide che il paesaggio era cambiato: il livello del mare si era alzato e la Basilica era quasi sommersa dall’acqua, spuntava solo l’immenso tetto verde. Di Wellington e dei suoi uomini nemmeno l’ombra, dovevano essere scappati, ma alla Torre del Girone ritrovò l’apparecchiatura del dj e la caricò sulla barca. Ritornò alla baia dove aveva lasciato il Barracuda e lo trovò intatto; caricò tutto nella sua imbarcazione e navigò fino alla costa dove aveva incontrato per la prima volta Wellington. Guardò Monte Berico e vide che assomigliava ancora di più a un atollo selvaggio. Puntò al campanile della chiesa e mosse la barca in quella direzione. Poche ore dopo stava caricando tutta la sua merce nel bagagliaio di un fuoristrada trovato in una delle palazzine lungo la salita. L’auto era rimasta all’interno del garage come se il proprietario si fosse ripromesso di usarla quando l’apocalisse sarebbe passata. Napoleon perquisì la casa, depredata solo in parte, quasi di fretta, forse perché qualcuno credeva davvero alle storie di fantasmi e spiriti. La cassaforte era posizionata dietro un quadro orribile: l’aprì e dentro ci trovò una valigetta ventiquattrore piena di denaro. La lasciò all’interno della cassaforte. Tornò in garage, riempì il serbatoio di benzina e salì fino al Piazzale della Vittoria. Si soffermò a guardare l’infinita distesa d’acqua che sommergeva la pianura di Vicenza: tutto quello che restava del mondo civilizzato. 

Solo, al sicuro nella sua isola di Sant’Elena, Napoleon si compiacque del proprio esilio. Prese il walkman dallo zaino, inforcò le cuffie e premette play: gli Abba iniziarono a cantare Waterloo e Napoleon ammirò il panorama con un sorriso smagliante scolpito sul viso.

(Grazie a J.G. Ballard)