In fondo alla cantina c’era una buca. Stava lì da sempre. In passato uno dei nipoti del vecchio Nanni c’era finito dentro. Per recuperare il corpo era arrivato uno dal paese. L’avevano tirato su poco dopo averlo calato nella voragine, senza più corda a disposizione, quando oramai era svenuto e non respirava quasi più. L’uomo disse che di quella buca non si vedeva il fondo, allora il vecchio Nanni la ricoprì con una lastra di metallo e la sigillò con il cemento. Ci fu un funerale senza bara. Nessuno ebbe nulla da ridire. Su quella buca si raccontavano troppe storie. Quella buca esisteva fin da quando era stata costruita la prima casa della contrada, o almeno così dicevano, perché nessuno ricordava quando era stata costruita la prima casa della contrada, una casa disabitata da tempo. La buca era lì, nella cantina della casa, e la gente se ne stava alla larga. Tutto qui. Era un monito per mandare a letto i bambini la sera o per spaventarli se avevano combinato qualcosa di grosso. Una buca nera e profonda in una cantina che nessuno usava, la casa serviva da deposito e nessuno andava in cantina. C’era la buca, era sempre sembrata pericolosa perché non se ne vedeva il fondo. Forse un tempo qualcuno aveva provato a calarci un secchio per vedere se veniva su acqua, e di acqua non ce n’era, fatto sta che nessuno utilizzava la buca. C’era chi raccontava che ci abitavano gli spiriti, chi diceva che era collegata con l’inferno, chi affermava che era soltanto un pozzo di aerazione per antiche miniere di caolino che si trovavano lì sotto. Poi successe la faccenda del nipote del vecchio Nanni e allora il vecchio Nanni chiuse la buca. 

Quand’ero più piccolo andavo a vederla di nascosto assieme ai miei amici. Gli adulti erano nei campi, noi tra un gioco e l’altro ci infilavamo all’interno della casa al centro della contrada e scendevamo le scale fino a raggiungere la cantina. Era tutto buio, si vedevano solo macchie di umidità lungo i muri e qualche straccio per terra. L’odore di muffa riempiva le narici. Sebastiano aveva una torcia elettrica e ci guidava fino alla buca. C’era la lastra di metallo ma noi non ci salivamo sopra, Sebastiano diceva che poteva cedere. Ci mettevamo attorno alla piastra e pensavamo che quella non era altro che una tomba, che sotto c’era sepolto un bambino, il nipote del vecchio Nanni. Sebastiano si puntava il fascio di luce sul viso e giocava a fare voci paurose, allora tutti scappavamo fuori. Il resto della giornata non era più tanto divertente, dopo la visita alla buca. Rimaneva dentro una specie di tristezza. Ce ne stavamo perlopiù in silenzio e alla fine ognuno tornava a casa propria. Passavamo la notte con incubi terribili e alla mattina ci svegliavamo di soprassalto credendo di vedere un’ombra possente di fianco al letto, ritta in piedi a osservarci nel silenzio più completo. Quando capivamo di aver fatto lo stesso sogno, ci spaventavamo ma non lo rivelavamo a nessuno. E la voglia di andare alla buca non se ne andava. Passava qualche giorno e tornavamo presso la tomba del bambino, giù nella cantina, armati solo di una torcia. 

La maestra disse di scrivere un tema sulle vacanze di Pasqua. Molti scrissero di essere andati a trovare i nonni oppure di essere andati giù al fiume a pescare. Noi invece durante quelle vacanze eravamo stati spesso alla buca. Continuavamo ad andare alla buca e poi a sognare l’ombra di fianco al letto, ma nonostante il terrore continuavamo ad andare alla buca. Il parroco ci aveva raccontato la resurrezione di Gesù e noi eravamo andati a guardare il sepolcro del bambino, giù in cantina. Sapevamo che non sarebbe successo come nel racconto del parroco, però la lastra era la cosa più vicina a un sepolcro che potessimo immaginare. Le tombe del cimitero non avevano lo stesso fascino, le tombe del cimitero erano piene di bare e le bare piene di corpi, corpi morti, cadaveri, ma il cadavere del bambino in fondo alla buca non l’aveva mai visto nessuno. C’era davvero un cadavere? Il parroco diceva che un giorno i morti sarebbero tornati in vita, noi ci chiedevamo se può tornare chi non è morto ma è soltanto sepolto. Sebastiano puntava la torcia sulla lastra e diceva che il vecchio Nanni l’aveva messa lì perché aveva paura che il nipotino potesse tornare, perché il bambino avrebbe soffocato tutti noi a causa di tutto il tempo che gli era stato negato, tutto il tempo che noi usavamo per giocare e che lui aveva perso. Recitammo una preghiera e andammo nei campi. Le sere erano lunghe e calde e il granoturco cresceva lento. Camminammo lungo la carrareccia in direzione dell’incrocio che separava i campi del Mottin da quelli di Alceo, dove da secoli cresceva un gelso. C’era una bella temperatura e noi avevamo voglia di restare fuori, dopo il freddo della cantina. Raggiungemmo l’incrocio: sopra il gelso c’erano due luci simili a piccoli fari tondi che comparivano e scomparivano. Si levò il verso di una civetta. Ci mettemmo in cerchio sotto i rami dell’albero e Sebastiano disse che il verso della civetta è un presagio di morte ma anche un segno di saggezza. Disse che un uomo incontrato nel bosco gli aveva suggerito di ferirci il palmo con una roncola, in modo che fuoriuscisse sangue, poi di recitare una strana parola mentre ci scambiavamo una stretta di mano. In questa maniera avremmo fatto il necessario per tenere lontano il bambino della buca. Disse proprio così: il bambino della buca. Chiedemmo a Sebastiano come mai l’uomo incontrato nel bosco sapeva del bambino. Sebastiano scrollò le spalle: lo sapeva e basta. Bisognava fare come aveva insegnato l’uomo. Elisa non voleva saperne di tagliarsi. La obbligammo a uscire dal cerchio. Sebastiano si era portato la roncola e così ci tagliammo pronunciando quella strana parola, poi ci scambiammo una stretta di mano. Il sangue colò su una piccola buca che avevamo scavato nel terreno. Ricoprimmo la buca di terra. Era piena di lombrichi. Elisa si sentì subito male e dovemmo portarla a casa. La sera scendeva sui campi e sui rami del gelso, la civetta cantava solitaria. 

Pochi giorni dopo Elisa si ammalò. Non riusciva ad alzarsi dal letto, aveva la febbre ed era pallida. Noi scrivemmo nel tema scolastico quello che avevamo fatto, ma non scrivemmo della buca. La maestra parlò coi nostri genitori e tutti si preoccuparono. Andammo dal parroco, lui ci fece ripetere la strana parola che avevamo pronunciato e impallidì. Ci portò in chiesa, passò l’acqua santa sui nostri palmi recitando una preghiera, quindi facemmo la comunione. Ci misero in punizione per due settimane. Al crepuscolo guardavo in direzione della casa di Sebastiano e vedevo le luci della sua camera accese. Davanti a quella finestra, immersi nel bosco, vedevo due piccoli fari tondi che comparivano e scomparivano. 

Quando potemmo uscire ci accorgemmo che Elisa era rimasta a casa. Era ancora ammalata. Mamma ogni sera mi diceva di recitare una preghiera per la mia amica. Il parroco veniva in contrada due volte a settimana. Andava a trovare Elisa e recitava il rosario con lei e con i suoi genitori. Elisa non migliorava. Provarono con un medico specialista ma non ci furono progressi. Noi bambini giocavamo con poca gioia, giusto per passare il tempo. Non scendevamo più a vedere la buca. Sebastiano invece non giocava. Stava distante da noi, seduto da qualche parte oppure concentrato a guardare il bosco. 

Un pomeriggio disse una cosa che ci fece rabbrividire. Era poco dopo pranzo, il sole batteva forte e faceva tanto caldo. Il frinire delle cicale era assordante, l’aria della contrada bruciava e il calore non dava tregua. Noi oziavamo sotto il fienile. Qualche gallina razzolava tra gli sterpi rinsecchiti; grattava con le zampe per scovare qualcosa da beccare, insetti o vermi. Nascosto nell’oscurità c’era Sebastiano. Lì, sotto il tetto del fienile, nel caldo soffocante di quella giornata, Sebastiano parlò. Rivelò che quella volta in cui avevamo ricevuto la benedizione del parroco, lui di notte si era alzato ed era uscito di casa. Era sceso nella cantina dove c’era la buca, aveva raccolto della polvere e si era recato all’incrocio del gelso. Aveva cosparso il terreno con la polvere della cantina, avendo cura di disegnare una specie di stella, quindi aveva seppellito la roncola. Disse che serviva a far guarire Elisa, di questo ne era certo, glielo aveva detto l’uomo del bosco. Ci fece giurare di non parlarne con nessuno, assicurò che se avessimo rivelato qualcosa lui ci avrebbe mandato la civetta. L’aria era ferma e il caldo faceva grondare sudore. Il viso di Sebastiano era ricoperto di una patina lucida. La pelle era di un bianco smorto e gli occhi stavano infossati nelle orbite. Tornammo a casa in silenzio. Quella notte la passai in preda agli incubi e alla mattina mi risvegliai vedendo un’ombra nera di fianco al letto. Mi fissava con occhi invisibili. Sentivo una pressione sullo stomaco e non riuscivo a urlare. L’ombra mi fissava. 

I giorni passarono nell’afa estiva. I nostri genitori e il parroco ci obbligavano a pregare ogni domenica. Elisa non guariva. Le preghiere continuavano. Venne un prete importante, fece recitare il rosario in contrada, visitò Elisa e tornò in città. Elisa non guarì. Un pomeriggio cercammo Sebastiano e lo trovammo davanti alla buca, nel profondo della cantina. L’aria era irrespirabile, densa e compatta. Fuori il sole batteva impietoso. Sebastiano era lì, nel profondo della cantina, seduto a gambe incrociate davanti alla buca. In silenzio. Lo illuminammo con la torcia. Era pallido. Provammo a convincerlo a uscire ma lui disse di lasciarlo stare, di non dire niente a nessuno. Ripeté ancora una volta che se avessimo detto dove stava, lui ci avrebbe mandato la civetta. Uscimmo dalla cantina con una stretta allo stomaco. 

Elisa morì nel pieno dell’estate. Le lacrime dei genitori si asciugarono al sole di un funerale lungo e triste. In chiesa faceva caldo. Le donne si facevano aria coi ventagli. Il parroco sembrava gettarci occhiate accusatorie. Noi guardavamo la piccola bara e pensavamo al sepolcro giù in cantina. Sebastiano non venne. Sua mamma disse che stava poco bene. Noi sapevamo dov’era: era giù in cantina, davanti alla buca, a fissare la lastra posta sopra la buca. Ogni giorno, ogni ora, a fissare la buca. 

Quando Elisa fu sepolta, sulla contrada scese un silenzio irreale. Tutti pensavano solo ad andare a lavorare nei campi. Talvolta qualcuno si fermava sotto l’antico gelso per cercare ristoro nella sua ombra, là dove noi avevamo fatto il patto di sangue e dove Sebastiano aveva sepolto la sua roncola. Al crepuscolo cantava la civetta, allora gli adulti tornavano a casa, cenavano e bevevano vino. Noi bambini provavamo a giocare senza troppo coinvolgimento. 

Un giorno sentimmo delle grida. Era la mamma di Sebastiano. Chiamava disperatamente il nome del figlio. Disse che Sebastiano non si faceva vedere da ore, lei l’aveva cercato dappertutto, era preoccupata perché da quando era morta Elisa lui era livido e taciturno, aveva paura che si sentisse in colpa per la scomparsa dell’amica. Gli adulti perlustrarono invano ogni casa e ogni campo. Andarono all’incrocio del gelso, poi in paese e in chiesa. Setacciarono persino i fossi. Di Sebastiano nessuna traccia. Noi sapevamo dov’era, ma avevamo paura della civetta. Ce lo aveva detto Sebastiano: se avessimo detto qualcosa, lui ci avrebbe mandato la civetta. Non aprimmo bocca fino al crepuscolo, quando ci obbligarono a parlare con la forza. Allora lo dicemmo. Rivelammo dov’era Sebastiano. Era giù, nel profondo della cantina, di fronte alla buca. Gli adulti andarono a controllare. Non trovarono nessuno. La buca era chiusa, la lastra di metallo era sigillata con il cemento. Sopra la lastra c’era la roncola di Sebastiano. Noi sapevamo che sotto la lastra, sotto la tomba della cantina, in fondo alla buca, c’era Sebastiano. 

A fine estate splendeva ancora un sole forte e luminoso. Noi bambini eravamo tornati a giocare spensierati, le vicende di Elisa e di Sebastiano le ricordavamo appena. Gli adulti facevano finta di non pensarci. Vedevo la mamma di Sebastiano stendere i panni, vedevo quella di Elisa andare in paese a vendere ortaggi con l’autocarro del mezzadro; avevano entrambe lo sguardo perso nel vuoto ma così si doveva fare: lavorare. La vita continuava, diceva qualche vecchio che non aveva più nulla da perdere. Io a volte mi muovevo nei campi da solo. Esploravo i fossi per scovare girini nell’acqua salmastra. Le piante di granoturco erano alte e verdi. Camminando sulle carrarecce assolate mi riempivo di polvere gialla. Il sole batteva sopra la mia testa. Mi sentivo bene da solo. Un giorno arrivai fino al crocevia del gelso. Osservai l’albero facendomi scudo con il palmo della mano. La luce riverberava sugli occhi ma continuai a guardare. Sotto i rami, confuso nella penombra e avvolto dalla polvere gialla, sostava un uomo vestito di nero. Mi fissava da un volto sfocato. In testa portava un cappello nero. Mi fece segno di avvicinarmi e io andai sotto il gelso. Stemmo in silenzio per un po’. L’aria puzzava di carne andata a male. Io avevo paura a guardare in faccia lo sconosciuto, gli guardavo solo le scarpe: erano stivaletti lucidi, tutti coperti di polvere. L’uomo parlò con voce rauca. Disse che era giunto al termine, che aveva fatto quello che andava fatto. Disse che si doveva sfamare la buca. Si sentì rumore di pneumatici. Dalla strada che portava in città arrivò un’auto. Oltrepassò il gelso, giunse al crocicchio, fece manovra e tornò verso di noi. Si fermò a pochi passi dall’uomo. Non si scorgeva il conducente. Lo sconosciuto si diresse verso la portiera e io non potei più resistere, dovevo per forza fargli una domanda. Gli chiesi chi era. L’uomo si fermò e senza girarsi rispose: “Io sono la civetta.” 

L’aria rimase ferma e carica di sole. L’auto ripartì. Tornai alla contrada con le gambe che tremavano, col sudore che mi colava lungo il collo e con le ginocchia sporche di terra. Entrai in casa in uno stato di totale sgomento, perché sapevo che lo sconosciuto mi aveva aspettato per un saluto che non era un addio.