Il 1980 appare come un Annus mirabilis per la musica. La new wave e il synth pop vengono celebrati con veri e propri capolavori, l’hardcore americano si prepara a una furiosa ascesa, il metal viene battezzato in Inghilterra con uno straordinario quanto inaspettato poker d’assi.

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Gli Iron Maiden festeggiano il primo lustro di attività con l’album d’esordio, quel disco omonimo che darà il via a un decennio fortunatissimo. I londinesi esasperano l’hard rock grazie a un taglio ruvido e soprattutto grazie atmosfere orrorifiche e al contempo spavalde. La foga è quella dei teppisti da strada, la musica quella di sacerdoti dediti all’occultismo. Le copertine di Derek Riggs diventano iconiche, bandiere leggendarie sotto le quali si raduna un nuovo esercito di giovanissimi esaltati.

Dati quasi per morti, i maestri Black Sabbath rinascono con Heaven and Hell, dove il nuovo cantante Ronnie James Dio recita allo stesso livello di Ozzy Osbourne. Ispirati dal carisma del folletto americano, gli altri tre musicisti compiono partiture potenti e raffinatissime. Il produttore è Martin Birch, inventore del suono epico e metallico del nuovo heavy metal ovvero della NWOBHM (New Wave of British Heavy Metal); gli Iron Maiden lo arruoleranno dal successivo Killers, il resto è storia.

Il terzo asso spetta agli AC/DC. Alfieri della fascia più blues del metal, a un passo dalla consacrazione mondiale perdono il proprio leader Bon Scott ma simultaneamente sfornano uno degli album più venduti della storia: Back in Black. Il suono è magistrale, i brani perfetti; in quanto a carisma il nuovo frontman Brian Johnson non ha nulla da invidiare a Scott, anzi, per molti fan rappresenta il vero volto della band, coppola e canotta nera, ruggiti e perversione.

A braccetto di padri e figli marciano gli apocalittici cugini Judas Priest. British Steel scala le classifiche con arrangiamenti curati, canzoni roboanti e melodie irresistibili, scandalizzando il pubblico grazie a un look futuristico e sadomaso. Di sottofondo si esteriorizza il definitivo canone del metal, quello fatto di borchie, abiti attillati e chitarre taglienti. Il dogma si consolida con Ace of Spades dei Motörhead e Blizzard of Ozz di Ozzy Osbourne, altri due pezzi da novanta. Nasce di fatto il genere heavy metal.

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Dieci anni più tardi il tragitto si è arricchito di lustrini, rossetti e capelli cotonati, ma anche di suoni brutalizzati e portati all’estremo. Ci sono stati i Metallica e gli altri big del thrash, ci sono stati il death e il grind, ci sono stati Bon Jovi e i Mötley Crüe. Nel 1990 la quiete prima della tempesta (il grunge) rassicura le rockstar all’interno di una tenera comfort zone, tuttavia le fondamenta vacillano. Con il senno di poi certi album riacquistano un fascino dimenticato, ma al momento della pubblicazione non è tutto rosa e fiori.

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I Judas Priest dopo i fiaschi di Turbo e Ram it Down cambiano batterista (Scott Travis) e pubblicano uno degli album più riusciti della loro carriera: Painkiller. Rob Halford è al culmine dell’ispirazione, i suoi acuti forgiano la quintessenza del sound gotico della band. La title track e Hell Patrol sono tra i brani più efferati di tutto l’heavy metal, eppure nel pentagramma permane una maniacale attenzione alla melodia e a una sorta di innocenza.

Anche gli AC/DC trovano successo con il cambio di batterista (Chris Slade) e con Razor’s Edge, un boogie dinamitardo, una musica fatta di istinti bradi ed epilettici. Thunderstruck (e il relativo video) diventa il brano forse più famoso della band, Angus Young è la definitiva consacrazione del guitar hero per le masse di MTV.

Mantengono la propria dignità di Black Sabbath. Iommi è padrone assoluto della band e continua a sfornare riff inarrivabili, le idee ci sono, peccato che purtroppo la personalità del cantante Tony Martin non arriva nemmeno a metà di quella dei predecessori. TYR persegue i principi del doom in maniera magniloquente: le tastiere abbondano e debordano, la volontà di celebrare la mitologia nordica non è priva di fascino. Il risultato è un 6 striminzito.

Il pavimento scricchiola in casa Iron Maiden. Ascoltato ora, nel 2020, No Prayer for the Dying è un album di ottime canzoni arrangiate malissimo (manca Adrian Smith) e missate in maniera orribile (c’è Steve Harris). La volontà di tornare più rudi è comprensibile ma la testa dei musicisti è ancora nel progressive del precedente capolavoro (fa eccezione Dickinson, che nello stesso anno sforna un album prettamente rock: Tattoed Millionaire). Lo sgambetto è dietro l’angolo: due anni dopo vede la luce Fear of the Dark, dove non si salva niente, quindi l’abbandono di Dickinson e l’oblio per tutto il resto degli anni Novanta.

Come nel 1980, nel 1990 è doveroso osservare quello che cresce attorno alla quercia. Il panorama gode di ottimi album: Anthrax, Megadeth, Scorpions, Poison, Queensrÿche, Slayer, Entombed… e soprattutto Pantera: i texani pubblicano Cowboys From Hell e il metal si evolve.

Cosa rimane dei mirabili e metallari anni Ottanta? Questi otto album sono l’alpha e l’omega di una musica monopolizzante, da difensori della fede. Nel 1991 arriva il Black Album dei Metallica e cambia tutto: meno rasoiate, più groove; i Pantera nel 1992 fanno il resto. È strano che a distanza di tanti anni suonino più freschi gli album del 1980 rispetto a quelli del 1990, come se quei dieci anni di rincorsa abbiano fiaccato i musicisti. Non è questione di sfrontatezza da matricole (nel 1980 tre delle band citate avevano una solida discografia alle spalle, i Maiden invece cinque anni di dura gavetta), quanto piuttosto di coscienza dei propri mezzi. Nel 1990 il timone si guasta e l’arrivo di nuove sonorità crossover, dove i mastodonti di Seattle non hanno rivali, porta a una risacca da dove nessuna barca è più riuscita a salpare. Epitaffio del metal? Qualcuno direbbe di sì.

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