93881734_119271243071881_7672895624752136192_o

Giù la testa è una nuovissima webzine autoprodotta che poco tempo fa mi ha proposto un’intervista. Eccola: si parla di underground, del Tempo brucia le tappe e di tante altre cose.
Sono felice che questa webzine porti il titolo di un film di Sergio Leone, il mio regista preferito assieme a John Carpenter, entrambi artisti che hanno esaltato la figura dell’antieroe non conformista. Mi piace che l’attitudine di LaZil e Michela sia do-it-yourself, “per andare oltre le etichette e le linee guida, per sovvertire gli schemi e rompere le regole”, come affermano loro.
In bocca al lupo (e viva il lupo) per questa nuova avventura!

QUI il link alla webzine e alla pagina dell’intervista, di seguito invece il testo integrale dell’intervista.

 

Raccontaci un pocom’è nata lidea di scrivere questo libro.
Ogni volta che incontravo compari musicisti, riferendoci soprattutto al biennio 1993/1994, si diceva sempre “bisognerebbe scriverci un libro”. Alla fine l’ho scritto.

Scrivevi su qualche fanzine? Se sì, quali?
La fanzine per me è sempre stata solo un sogno, purtroppo mai realizzato.

Il libro è stato autoprodotto. Una scelta dettata dalle regole del DIY?
Sì. Non ho difficoltà a trovare case editrici interessate ai miei libri, ma questo libro doveva essere autoprodotto proprio per rispetto all’etica DIY che ha caratterizzato gli anni Ottanta e Novanta.

Qual è stata la scintilla che ti ha fatto decidere di scrivere Il tempo brucia le tappe?
Un giorno un amico (Foja) mi ha detto che stava raccogliendo demo vicentini degli anni Novanta per allestire una compilation, e conoscendo la mia passione per quegli anni mi ha chiesto di collaborare. Mi sono reso conto che qualcuno avrebbe potuto rubarmi l’idea di scriverci un libro, così mi sono dato da fare.

Di che cosa parla Il tempo brucia le tappe?
Racconta la scena musicale vicentina degli anni Novanta, una realtà inedita nel panorama nazionale di quel periodo, con centinaia di band e centinaia di eventi musicali, tutti rigorosamente provinciali e underground. Si viveva del riflesso dei musicisti di Seattle ma allo stesso tempo tutto quello che interessava veramente era soltanto la scena provinciale, nient’altro. All’inizio sarebbe dovuto essere un saggio, sulla falsariga di American Punk Hardcore di Steven Blush, ma durante la stesura ho capito che per ritrarre la vita di quegli anni avrei dovuto raccontare una storia di amicizia. È così che è nata la vicenda di Poggio Baruffi e dei suoi amici, quattro ragazzini che diventano adulti esplorando il mondo dell’underground.

Come hai iniziato a raccogliere materiale per questo racconto?
Conservo da sempre flyer, demotape e fotografie di quel periodo, nonché i miei diari dell’epoca. Ogni volta che intervistavo qualcuno, poi, si aggiungeva materiale. Un vero e proprio tesoro è stato l’archivio della fanzine La voce del ribelle, che l’amico Brunox conserva ancora gelosamente.

Quanto tempo ci hai messo a scrivere questo libro?
Circa nove mesi tra interviste, stesura e revisioni varie. Un parto.

Quanti anni avevi durante la scena degli anni Novanta? E soprattutto che cosa ti ha lasciato nel cuore quel periodo?
Sono nato nel 1975, quindi ho avuto la fortuna di vivere fin da subito l’evolversi della scena, nel ’90/’91. Quello che mi è rimasto nel cuore di quegli anni è una specie di romanticismo pre-digitale, dove tutto era una scoperta meravigliosa. Per la mia generazione c’è la fortuna di aver vissuto il grunge, una delle avventure più intense del rock.

Comera Vicenza negli anni Novanta e come hai vissuto il cambiamento di questa città?
Vicenza negli anni Novanta era come il resto dell’Occidente: dopo il crollo del blocco sovietico c’era la sensazione che il mondo stesse per cambiare in meglio. Al contempo la città era libera, quasi anarchica, con un’inedita tendenza a slegarsi dallo storico aspetto produttivo-commerciale che le apparteneva da secoli. Ricordo la Basilica di sera, un oscuro covo di splendidi debosciati, e quindi le feste dense di controcultura, le bettole coi bottiglioni di vino, i concerti autogestiti. Tutte le nostre prospettive sono crollate dopo il 2000 con l’avvento della Cool Vicenza e con il settore produttivo/industriale a riappropriarsi dei propri spazi, anche quelli (non) culturali. Per me è stata una sofferenza.

Che rapporto aveva la città di Vicenza con la musica e che rapporto ha adesso?
I primi anni Novanta hanno portato fervore e voglia di originalità, nonché sonorità anglosassoni e rock. In seguito tutto è stato istituzionalizzato e relegato a eventi occasionali e piuttosto formali. Vicenza Jazz, ad esempio, è a tutti gli effetti identico a Vicenza Oro. Musicalmente, oggi, Vicenza è il Nulla.

Cinque festival nostrani da appuntare?
Olmopalooza, Villazza, Perarock, Punkarrè e Lumen Festival.

Per Bonetto è Trainspotting, per Renato è Pulp Fiction. Per te invece qual è il miglior film degli anni Novanta
Impossibile battere Trainspotting, una sorta di film della vita, anche se il film che riguardo più spesso è Quattro matrimoni e un funerale.

Il tempo brucia le tappe, un omaggio ai Derozer?
Un omaggio a Davide Rozzo, paroliere straordinario.

Oggi underground è un termine che indica un atteggiamento… solo superficiale? Oppure ancora autentico?
Credo che mai come oggi sia davvero così autentico. Ormai è un termine che non si usa quasi più, mentre negli anni Novanta se ne abusava. Oggi tutto è mainstream, tutti vogliono essere ultra-visibili, essere underground non è più un’ambizione. Faccio un esempio: un tempo essere nerd era quasi un’offesa, significava appartenere a una ristretta cerchia di sfigati con passioni bizzarre; oggi invece tutti vogliono essere nerd e tutti vanno a Lucca Comics. Il risultato è che i nerd non esistono più e che le passioni da nerd non sono più particolari. La stessa cosa succede nell’underground.

Per scrivere Il tempo brucia le tappe ti sei spostato in lungo e in largo, sei tornato indietro nel tempo, hai riallacciato contatti, riaperto diari; in qualche modo si può dire quindi che scrivere questo libro è stato un lungo viaggio. Qual è il souvenir che ti sei portato a casa?
Mi è stata donata la VHS di un concerto alla Stanga il 25 marzo 1994. Suonavano Nicotine Zed e Derozer. La VHS l’aveva filmata un caro amico che ora non c’è più. La pellicola aveva un’estraniante patina onirica. Sul nastro, prima dello show, alcuni amici della mia compagnia scherzavano sparando quattro cazzate. Poi nell’inquadratura sono apparso io. Ventisei anni fa. Per gran parte del video sono ai margini dell’inquadratura. Boom. È stato un viaggio del tempo scioccante. Ho subito spento la tv e sono stato un paio d’ore a fissare il muro, sconcertato da quello e da tutti gli altri ricordi che avevo raccolto, pienamente consapevole dell’importanza di quello che avevo vissuto. Mi ripetevo: “Ecco, è successo. È successo”.

Ci puoi dire un libro che ti ha salvato la vita e perché?
Non c’è un unico libro ad avermi salvato l’esistenza, tutti i libri che ho letto mi hanno aiutato a sopportare quell’immane tragedia che è la vita. I libri e la musica sono le uniche cose che mi aiutano ad affrontare e superare le crisi depressive che da sempre mi attanagliano. Il 2019 è stato per me un anno difficile ed effettivamente che c’è stato un libro che mi ha “salvato la vita”, ovvero Trilogia della città di K. di Agota Kristof. Forse il libro più cupo mai stato scritto. È strano come spesso, quasi sempre, troviamo la via solo confrontandoci con le verità più dolorose.

Ci racconti la tua prima lettura? E quella che ti ha fatto dire: da domani voglio diventare anche io uno scrittore?
Ho iniziato coi romanzi d’avventura, da Jack London a Jules Verne, quindi con la letteratura gotica, dell’orrore e del mistero. I miei primi racconti, scritti durante le scuole medie, traggono ispirazione da entrambi questi filoni. Il libro con cui mi sono sempre relazionato durante la mia vita di scrittore (e di lettore) è Il pendolo di Foucault di Umberto Eco.

Se non fossi Massimo Fagarazzi, che scrittore vorresti essere, o meglio, chi ammiri /invidi di più?
Stephen King, è ovvio.

Una delle tante frasi che ci hanno colpito è “Nulla finisce senza essere linizio di qualcosaltro”. Per te terminare questa esperienza è stata la partenza di che cosa?
Ho compreso che dopo un lavoro così intenso possedevo un importante know-how dei meccanismi dell’editoria e della scrittura, perciò ho deciso di investire su me stesso e di dedicarmi al 100% a questo settore. Ora tengo corsi di scrittura creativa, fornisco consulenze editoriali, collaboro con piccole case editrici.

Raccontaci cosa bolle in pentola e tuoi prossimi progetti.
Da tempo sto lavorando alla nuova edizione del Tempo brucia le tappe, con alcune novità rispetto alla precedente. Tutti gli altri miei progetti riguardano l’editoria, non mie nuove pubblicazioni.