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Da Mozart a Billie Eilish, la condizione del musicista è spesso quella di un animo introverso che compone in solitudine, immerso in note appena abbozzate, trasformate in melodie inarrivabili soltanto attraverso un lento e meticoloso processo creativo. Il risultato è sofferto, drammatico e perciò sublime. La quarantena a cui siamo sottoposti da un paio di mesi non ci accomuna di certo a tali geni espressivi, per carità, ma in qualche modo avvicina il nostro status mentale a chi la solitudine l’ha scelta per volontà, per isolarsi in maniera ascetica con nessun altro intento se non quello di fare arte. L’autoisolamento è una catarsi con la creatività perché permette una maggiore introspezione e soprattutto perché permette di concentrarsi solo sull’arte, unicamente sull’arte.

Nel rock il primo loner è Robert Johnson, bluesman dannato, uomo che ha venduto l’anima al diavolo nei pressi di un crocicchio del Mississippi, chitarrista goffo, scomparso dopo la morte della moglie per poi riapparire, l’anno successivo, dotato di una bravura eccezionale, tale che da solo sembrava suonare per tre. La leggenda narra di un incontro, allo scoccare della mezzanotte presso un crocevia desolato, tra Johnson e un uomo di nome Ike Zimmerman, una figura sinistra e misteriosa che per la sua abitudine di suonare nei cimiteri, in completa solitudine, veniva additato come il diavolo in persona. Pare che Zimmermann abbia donato il talento a Johnson in cambio della sua anima.

La leggenda di Robert Johnson è alla base non solo di tutta l’iconografia rock e blues, ma anche della sorte di ogni loner che si rispetti. Hank Williams ricalca le orme di Johnson nell’America più bianca: sebbene fosse spesso accompagnato da altri musicisti, la sua era una sagoma solitaria, quasi emarginata, vagabondo senza scopo né ragione, relitto che ha perso la rotta, eroe dei mediocri, degli ignoranti e dei disperati; un artista che cercava redenzione nella solitudine di una morte per droga. Bob Dylan (Zimmermann pure lui) non è propriamente un loner, eppure il menestrello del folk americano è nei primi tempi un piccolo uomo che con i suoi testi e la sua attitudine rivoluzionerà il mondo della musica, armato solo di una chitarra e di un’armonica. Bisogna arrivare al 1969 e al primo album solista di Neil Young per trovare la consacrazione del loner: il canadese ne configura l’essenza prima in una canzone (The Loner), poi in una straordinaria carriera fatta di camicie da boscaiolo, chitarre Martin e testi struggenti (su tutti Out of the Weekend). Nessuno prima di lui, e nessuno dopo di lui, incarna meglio la definizione di loner. Nello stesso periodo, Nick Drake illumina gli astri con un album scarno ed essenziale, quel Pink Moon che lo consegnerà alla leggenda. Tutte le canzoni sono eseguite dal vivo, da Drake solamente, cantando e suonando assieme, quasi sempre in un sola ripresa. Una registrazione durata appena due notti. Lo immaginiamo piegato sulla chitarra, riluttante alle esibizioni dal vivo e alle interviste, attorniato dagli antidepressivi che lo porteranno alla morte. Poche le copie dei suoi dischi vendute prima della sua scomparsa, al contrario di Bruce Springsteen che all’apice della fama e del successo si rifugia in una baracca del Nebraska per comporre e registrare il suo album migliore, l’interamente acustico Nebraska, l’amaro dipinto di un’America triste e rassegnata, disco spettrale che presenta la classe lavoratrice come vittima impotente di un oltraggio morale: il reaganismo. Contraltare a questo intimismo lo possiamo ritrovare nel baccano di The Downward Spiral dei Nine Inch Nails, o meglio, del one-man-band Trent Reznor, cowboy digitale, uomo solo dietro alle macchine, nerd rinchiuso nel proprio studio di registrazione per concepire un’opera cupa e angosciante, poema industriale orgiastico e dissonante, potente introspezione sorretta da psicodrammi che si sublimano in Hurt. Con Elliott Smith, invece, tornano le melodie di Pink Moon e la solitudine di Nebraska, scarni arrangiamenti acustici e liriche sussurrate per immagini di quotidianità, storie di spostati, balordi e tossici. Con le proprie canzoni Elliott Smith scende nella profondità della psiche umana e nel malessere della generazione degli anni Novanta. Storie di tossici e di malessere anche per Lou X, uno dei più importanti rapper italiani, uno che appena sfiorato il successo decide di ritirarsi a vita strettamente privata, non prima di aver inciso un album incredibile: La realtà, la lealtà e lo scontro. Strutturalmente l’album è curato interamente da Lou X, dagli arrangiamenti ai testi; ogni traccia è uno scontro, una presa di coscienza del conflitto che separa inevitabilmente Lou X dal mondo esterno, come se il rapper sancisse un testamento spirituale che non ha bisogno di epiloghi. Chiudiamo la rassegna con un ultimo loner acustico, quel signor nessuno Justin Vernon (alias Bon Iver) che nell’inverno del 2007, isolato nella neve del Wisconsin per dimenticare una donna, concepisce l’album For Emma, Forever Ago. Il risultato è formidabile e l’artista indipendente si trova improvvisamente proiettato sui palchi internazionali. Successivamente, pur capace di buone prove discografiche, non riuscirà più a replicare le straordinarie intuizioni di For Emma, Forever Ago. Come a dire che la fiamma dell’isolamento ascetico si è spenta.

 

Discografia consigliata

Robert Johnson, Me and the Devil Blues
Hank Williams, Alone and Forsaken
Bob Dylan, It Aint’Me Babe
Neil Young, The Needle and the Damage Done
Nick Drake, Place To Be
Bruce Springsteen, Atlantic City
Nine Inch Nails, Closer
Elliott Smith, Needle in the Hay
Lou X, Il mattino ha l’oro in bocca
Bon Iver, Flume