Il sense of wonder è una sensazione di meraviglia ricercata in molte opere di fantascienza, un’emozione indotta nel lettore/spettatore attraverso un concetto inaspettato e inedito, come ad esempio una tecnologia spettacolare oppure un mondo extraterrestre. In particolare, il sense of wonder non richiede una completa comprensione dell’accaduto ma semplicemente una verosimile sospensione della realtà, permettendo al lettore/spettatore di ignorare un realismo pedante e provocando così stupore ed entusiasmo.

Steven Spielberg assimila il concetto e anzi lo amplia: non è più solo il lettore/spettatore a provare il sense of wonder, ma è anche il protagonista della pellicola a essere coinvolto nell’incanto della scoperta. Si concretizza il dualismo spettatore-personaggio: da una parte lo spettatore compenetra la narrazione, si sente egli stesso protagonista effettivo della storia, dall’altra il personaggio è anche spettatore, soggetto consapevole di un’immagine più affascinante della storia. L’insolito continua ad affascinare ma a esso si aggiunge anche il semplice concretizzarsi dei sogni più ingenui, come una fuga in bicicletta o l’esplorazione di una soffitta. Si delinea il tema principale delle sceneggiature di Spielberg: l’uomo comune che si trova a vivere circostanze eccezionali, affrontate in modo inaspettato ed eroico.

Il sense of wonder spielberghiano si rende esplicito in quattro pellicole. La prima è Close Encounters of the Third Kind (1977), con Richard Dreyfuss ammaliato (addirittura ossessionato) dal richiamo extraterrestre. Notare come gli occhi sono quasi sempre rivolti verso l’alto e la bocca sempre spalancata in un’espressione di meraviglia, appunto:

Il secondo film è Raiders of the Lost Ark (1981), con Harrison Ford che rimane spiazzato dalle sue stesse scoperte:

In E.T. (1982), Elliot, Michael e Gertie osservano l’alieno con stupore reale, come testimonia lo stesso regista:
“I ragazzi sapevano a livello emotivo dove si trovavano e non avrebbero avuto idea di dove si sarebbero trovati il giorno dopo. Così, come nella vita vera, ogni giorno era una sorpresa. La loro recitazione non si sarebbe potuta nemmeno definire tale. Era più una reazione agli eventi.”
I giovani protagonisti sono stati messi davanti a E.T. in maniera inaspettata proprio per mantenere l’illusione della presenza di un vero alieno, per indurre reazioni spontanee. La scelta ha permesso un legame empatico tra attori ed E.T., rendendo le sequenze ancora più commoventi:

Infine Jurassic Park (1993). Da Schindler’s List in poi Spielberg cambierà registro per affrontare narrazioni sempre meno ispirate e sempre più convenzionali.

Menzioni degne di nota sono in Star Wars (George Lucas, 1977), quando Luke Skywalker osserva le due lune del pianeta Tatooine. L’immagine è densa di splendida naturalezza, lo stupore nell’ammirare un panorama esotico è la constatazione che il cielo è semplicemente extraterrestre:

Altra citazione per The Goonies (Richard Donner, 1985, qui Spielberg è in veste di produttore e ideatore del soggetto). Nella scena del rinvenimento della mappa di Willy L’Orbo, la musica, la scenografia e gli effetti sonori e visivi del temporale all’esterno della soffitta aiutano l’immersione dello spettatore nel film.
“Conosco il segreto di Willy L’Orbo,” legge Mickey nell’articolo che parla di Chester Copperpot. E presto, quel segreto, lo conosceremo anche noi.