Quest’anno ricorre il ventesimo anniversario di uno dei più malinconici album del rock: Bloodflowers dei Cure, capitolo conclusivo di una trilogia esistenziale iniziata nel 1982 con Pornography e proseguita nel ’89 con il celeberrimo Disintegration.

La storia è questa: è il 1999, i Cure sono reduci dal clamoroso insuccesso di Wild Mood Swings ma hanno anche appena registrato un singolo interessante, Wrong Number, dagli echi prettamente elettronici. È quella, la direzione che i Cure intendono seguire per realizzare l’album successivo.

Arrivati a metà registrazione le cose non vanno. I brani non funzionano. A questo punto Smith scrive la ballad Out of This World e sente  di aver trovato finalmente la chiave di volta. La canzone è ispirata dal raggiungimento dei quarant’anni e dalla consapevolezza del passare inesorabile del tempo: il cantante butta tutto nel cestino e ricomincia da zero, con una raccolta di brani personali e autobiografici incentrati in una sorte di rassegnazione da età di mezzo. La malinconia prevale sulla claustrofobia, i testi fanno riferimento all’invecchiamento e all’abbandono, il cantato è sofferto, l’atmosfera decadente. Si respira un senso di impotenza e sconforto nei confronti dello scorrere impietoso del tempo.

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Lo stile è quello di Disintegration: lunghe suite strumentali, talvolta ridondanti e autoindulgenti, impreziosite da spessi muri di chitarre e supportate da intricate intelaiature musicali, dove le note volano come dolci e melodiche ninne nanne. Il riferimento è sempre malinconico, come se Smith  intendesse certificare il raggiungimento di un equilibrio mentale ma anche la perseveranza di un animo inquieto. Il momento peggiore dell’album sono gli undici minuti di Watching Me Fall, canzone elettrica ed energetica dove il leader dei Cure esagera e arriva persino a gridare, ma dove, per assurdo, ribadisce la piena maturità artistica. Il capolavoro del disco è invece The Last Day of Summer, un brano che oltrepassa tutte le difese e che va dritto al cuore, come solo Robert Smith – e il suo acerrimo rivale Morrissey– sanno fare.

Bloodflowers rimane un caposaldo dei Cure, forse l’ultimo; candido come la prima neve dell’inverno, sbiadito come l’ultimo giorno d’estate.