Inizio anni Ottanta. La conservatrice Margaret Thatcher è al comando del Regno Unito, per la gioia del liberalismo industriale e per i dolori della classe operaia. Nuove norme per il mercato libero si contrappongono alla chiusura di fabbriche e miniere nel nord e nel Galles. Il divario sociale getta benzina su una rabbia sfogata nei cortei e nelle sommosse. La Lady di Ferro non si fa mancare nulla: dall’amicizia con Reagan a quella con Pinochet, dalla Guerra della Falkland alla poll tax, dal muso duro coi prigionieri dell’IRA alla repressione degli scioperi. Un panorama drammatico che non manca di un certo fascino, immortalato in ottime pellicole come This is England, Pride, Billy Elliott, The Full Monthy e in molti film di Ken Loach.

Parallelamente alla politica tatcheriana l’Inghilterra scopre l’immigrazione. Popolazioni dell’India, del Pakistan e del Bangladesh si arroccano nell’East End, in particolare nella diseredata zona di Brick Lane, mentre Notting Hill e Brixton vengono assediate dai caraibici. Giovani immigrati di colore sono accerchiati da disoccupazione, droga e attaccamento alla propria cultura, grazie al reggae e al dub. Disoccupazione, droga e attaccamento alla propria cultura: proprio come per il sottoproletariato bianco. Ben presto i giovani inglesi scoprono di avere dei compagni di battaglia.

È sotto questa sommessa tempesta che si fa largo uno dei generi musicali più bizzarri di sempre: il new romantic. Nell’immenso e iper-creativo caleidoscopio della new wave si stacca una scintilla all’apparenza frivola e ingenua, con un’estetica edonista e decadentista a rappresentare il desiderio di evasione dagli egoismi del capitalismo e dalle sue dannose conseguenze. Il mondo del new romantic è caratterizzato da un’immagine posticcia e barocca,  da una disincantata superficialità, dall’uso massiccio dei sintetizzatori. Il nuovo genere musicale si appropria del rinnovato tessuto sociale britannico e compone una musica basata sulla crescente pluralità di voci e di suoni. È fondamentalmente questo, il new romantic: voglia di fuga, di sublimare l’illusione degli anni Ottanta, di esorcizzare con l’apparenza un mondo pieno di apparenza. Fight fire with fire.

I Tubeway Army di Gary Numan sbancano nella British Singles Chart nel 1979, primo esempio di pop basato sui cambiamenti di inflessione dati dai synth, con la conseguenza che molti artisti cominciano ad affidarsi a ritmiche sintetiche orientate alla dance per produrre un suono vivace e caldo. L’introduzione di ritmi dance, nella convenzionale pop-song di tre minuti, trasforma la musica in una macchina da soldi: è l’inizio di una formidabile serie di singoli di successo. I primi in ordine di vendite sono i Duran Duran, forti di un’immagine sfavillante e di una disarmante capacità nel comporre memorabili refrain. Gli Spandau Ballett diventano gli antagonisti dell’immancabile dualismo Beatles/Rolling Stones; i Visage scrivono il brano più sintetico della storia (Fade to Grey); i Japan rifiutano l’etichetta new romantic ma di fatto sono i genitori dell’estetica fredda e androgina del movimento, nonché i principali ispiratori delle melodie di Nick Rhodes dei Duran Duran; Adam and the Ants e Bow Wow Wow usano i ritmi africani del Burundi Beat con un look da pirata inventato da Vivienne Westwood; gli Eurythmics importano il soul, il blues e il r&b e scrivono una delle hit più spiazzanti del decennio (Sweet Dreams, naturalmente); i Tears for Fears sbancano con un soul forgiato in un grandioso wall of sound di sintetizzatori e strumenti rock; e poi i gelidi futurismi degli Human League, le perversioni erotiche dei Soft Cell, la satira sociale dei Pet Shop Boys, il dandysmo degli Ultravox (di Midge Ure, sia ben chiaro – a differenziarli dalla precedente incarnazione con John Foxx alla voce). Tra le decine di nomi si fanno largo i Culture Club di Boy George, che con attitudine squisitamente pop mescolano la new wave dei bianchi con il reggae dei neri. Culture Club nel nome e nei fatti, band multiculturale per colore e per religione, in cui ogni componente proviene da un differente settore sociale.

Nel 1983, il 30% delle vendite discografiche statunitensi è di brani britannici; diciotto singoli nella Top 40 e sei nella Top 10 sono di artisti britannici. Nell’aprile 1984, quaranta dei primi cento singoli sono britannici. Nel 1985 lo sono otto dei primi dieci. Top Of The Pops è la trasmissione del decennio (imitata in Italia da Discoring).

E poi? Come nella più classica delle storie musicali, l’irruenza giovanile si va afflosciando nella strutturazione discografica e nella de-strutturazione musicale. Il Live Aid del luglio 1985 rappresenta il picco del pop anni Ottanta, tutto quello che viene dopo si perde in chiacchiere: gli arrangiamenti diventano gonfi e ridondanti. Sopravvivono (sopravvivono?) i più robusti, ovvero i Duran Duran, mentre il pop viene cannibalizzato dagli statunitensi Madonna e Michael Jackson. Nel Regno Unito arrivano gli Smiths e il ritorno al rock classico è un dato di fatto, pur con grande rispetto per quello che è appena avvenuto.

Dieci album
Come sempre accade, i confini del genere musicale sono sfumati; in questo caso si fondono con la new wave, con il synth pop e con il pop stesso. Menzione speciale per i Roxy Music, veri ispiratori di tutto il movimento.

Adam and the Ants, Kings of the Wild Frontier
Japan, Gentlemen Take Polaroids
Ultravox, Vienna
Visage, Visage
The Human League, Dare!
Duran Duran, Rio
Roxy Music, Avalon
Tears for Fears, Songs From The Big Chair
Culture Club, Colour By Numbers
Spandau Ballett, True

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