Compact disc, vinile e musica liquida: la battaglia del secolo

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I dati sono palesi: è un momento di cambiamento, il cd è in declino, il vinile gode di un rinnovato interesse, la musica liquida impera. Inutile ribadire in questo articolo riflessioni che si trovano abbondantemente in rete; è mia convinzione che non vi sia nulla di nuovo, la ruota gira e le sorti del cd erano già segnate, dato che per tutta la sua esistenza ha dovuto sempre confrontarsi con il vinile. Che sia arrivato il momento di suonarne un requiem?

Il cd è un formato che non ho mai amato particolarmente, minimalista nell’estetica e asettico nei contenuti affettivi, o meglio nella capacità di affezionare, considerato l’orribile aspetto, plasticoso e destinato al consumo di massa, ma per una ventina d’anni è stato il formato che ho usato di più, perché imposto dal mercato, quindi una certa passione l’ho sviluppata; certo, niente a che vedere con il sacro rituale di appoggiare la puntina su un vinile o il tenero ricordo del ghetto blaster, eppure trovo necessario tributare al compact disc una superiore qualità d’ascolto: è più dinamico, con una banda passante maggiore, con meno distorsione e con un’ampia gamma di frequenze a disposizione, anche se questa è la principale responsabile della cosiddetta loudness war, che ha alterato la cara vecchia dinamica dei dischi di una volta.

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Pochi sanno che il cd è nato da una joint venture Sony-Philips all’inizio degli anni Ottanta e che rappresenta la risposta al Laserdisc, tecnologia sorta da un precedente accordo Philips-MCA. Il cd è quindi il prodotto di una battaglia commerciale e serviva alla vendita di nuove apparecchiature di riproduzione. Niente di romantico, insomma. Il primo lettore fu lanciato il primo ottobre 1982 dalla Sony e il primo cd a superare il milione di copie vendute è stato Brothers in Arms dei Dire Straits, primo album registrato completamente in digitale.

A casa mia il cd c’è arrivato nei primi anni Novanta. Per molti anni avevo sperimentato di continuo il frustrante cerimoniale del giradischi e la prospettiva del facile ascolto data dal cd mi sembrava una salvezza. In un certo senso lo fu, perché il già notevole tempo passato davanti allo stereo crebbe a dismisura. I primi compact disc che acquistai erano tristi: replicando le copertine dei vinili ma non avendone lo stesso impatto grafico, viste le dimensioni ridotte, contenevano poche note e ancora meno immagini.

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Quelle scritte piccole, la maggior parte delle quali riservate a spiegazioni tecniche, mi amareggiavano; tuttavia la facilità di distribuzione del nuovo formato mi permetteva l’acquisto di riviste contenenti sampler interessanti, e le dimensioni ridotte dell’oggetto consentivano una collezione più agile.

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Una particolarità di quei tempi, prerogativa solo degli USA, era la confezione in cartone che conteneva il cd e che di fatto accomunava l’oggetto al ben più poderoso lp.

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Credo sia cominciata da qui la necessità di artisti e case discografiche di supportare esteticamente le proprie edizioni, riferendosi al vinile come metro di paragone, ed è per questo che il vinile ha sempre resistito, nonostante un notevole calo di vendite: il vinile possiede un’impareggiabile valenza estetica, ineguagliato riferimento per ogni supporto fisico.

La trovata artistica più riuscita per il compact disc è stata il Digipak, ovvero una confezione cartonata e ricca di abbellimenti.

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Dei tanti Digipack che ho avuto sottomano mi piace ricordare 10,000 Days dei Tool, completo di lenti per la messa a fuoco di immagini 3D.

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Il confronto con il vinile non è quindi mai cessato, e questo è dovuto al tipo di supporto fisico del vecchio formato. L’affetto dei padri e dei fratelli maggiori verso il disco è stato tramandato alle nuove generazioni attraverso una serie interminabile di copertine di grandi dimensioni e di grande impatto. Collezionare vinili era quasi come possedere una galleria d’arte. Per quanto riguarda la resa acustica, la presunta superiorità d’ascolto del vinile è, appunto, solo presunta; c’è chi come me apprezza il suono ovattato, caloroso e scricchiolante della puntina, ma l’apertura sonora del cd non ammette(va) rivali.

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A metà degli anni Zero molte grafiche replicavano le confezioni dei vinili: simpatiche e da collezione, ma solo questo. I cofanetti e le raccolte a prezzi contenuti sono state una bella rivoluzione, soprattutto per le tasche dei consumatori di musica, ma erano il preludio alla fine: gli acquirenti desideravano tornare a possedere un oggetto di ottima fattura.

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E ora, quale gusto c’è a comprare un cd? L’aspetto esteriore è francamente povero. Le registrazioni odierne, pensate per i supporti compressi, suonano male anche se ascoltate attraverso un buon impianto stereo. Certo, le stampe in vinile non sono meglio, perché derivate da una matrice digitale; meglio i vinili d’epoca, anche in nuove ristampe accuratamente selezionate, mentre è forse anacronistico produrre un vinile con registrazioni digitali moderne, pensate per altri supporti.

È a questo punto che subentra la musica liquida. Stiamo vivendo un periodo delicato per l’industria musicale, una fase di transizione: lo streaming genera più introiti rispetto alle vendite tradizionali. Dal punto di vista qualitativo non si dovrebbe compiere l’errore di snobbare la musica liquida: se ascoltata attraverso una buona piattaforma, o scaricata in formato non compresso, filtrata con un ottimo DAC e un buon impianto stereo, la musica liquida evidenzia qualità strabilianti. Dal punto di vista estetico siamo invece all’assenza più marcata. Quale impatto avrà sul consumatore lo si vedrà solo nei prossimi dieci o vent’anni. Considerate le riflessioni fatte sinora, ho poca fiducia che la musica liquida possa dettare legge a lungo, a meno che non trovi soluzioni che soddisfino il consumistico desiderio di possedere. Per adesso questo aspetto viene sublimato dallo smartphone, dal lettore digitale o dal laptop: bastano?

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L’innovazione più interessante riguarda i contenuti: sono tornati a dettar legge i singoli e così ci vengono risparmiati album noiosi, prolissi e pieni di filler. In teoria questo comporterà il fatto che verranno pubblicati meno album e le canzoni saranno di meno, a favorire un minor costo nella creazione del progetto, e probabilmente si rilasceranno dischi solo in concomitanza con i tour in programma. Molti potrebbero limitarsi a singoli ed EP, dove riversare la maggior dose qualitativa. Decongestionare il mercato non sarebbe un’idea malvagia: a lungo andare l’abbondanza di produzioni dovrà necessariamente venir mitigata da una selezione spietata.

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Per un musicista si prospetta la possibilità di dare il meglio di sé, commercializzando con competenza il proprio prodotto e proponendo musica di qualità. Altrimenti verrà consegnato all’oblio. La facilità di registrazione e la possibilità di stampare in vari formati (ci sono band che stampano solo in cassetta, ad esempio) donano molteplici possibilità a chi ha voglia di fare. L’artista deve ora essere eclettico, trasformandosi anche in manager, producer e organizzatore di eventi: una buona sfida.

Probabilmente l’album fisico resisterà, sebbene i prezzi stiano salendo in maniera folle e i prodotti si stiano tramutando in edizioni speciali o da collezione, con tutta una serie di gadget e servizi aggiuntivi. Aumentare i contenuti non è una soluzione da disprezzare. Le prospettive per la musica ci sono e sono importanti. Il cd è in agonia ma non morirà mai, così come non è morto il vinile. La musica liquida è una panorama ancora tutto da esplorare. Usufruire di musica non è mai stato così bello e semplice: ce n’è per tutti i gusti e tutte le tasche, possiamo tramutarci in polpi e con i nostri tentacoli afferrare tutte le realtà che vogliamo. Basta volerlo.

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