La rivincita della Generazione X

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Ci hanno snobbati, criticati e derisi. Considerati una generazione di perdenti, identificati con il simbolo di un’incognita matematica, ci siamo contraddistinti per il nostro nichilismo, per la sfiducia nei valori tradizionali e nelle istituzioni. Del resto, la nostra generazione è stata quella dei primi punk inglesi, con il loro rifiuto della generazione precedente e la sensazione di essere una generazione perduta, inutile per la propria società.

E, a conti fatti, noi appartenenti alla Generazione X siamo stati proprio questo, schiacciati tra gli egocentrici Baby Boomers e gli arroganti Millennials.

La Generazione X raccoglie suppergiù i nati tra il 1964 e il 1982. I nostri padri hanno costruito il boom economico sin da giovanissimi, donandoci un benessere che sfociava nel consumismo; forse è proprio per questa prosperità che ci siamo lasciati andare all’apatia e al cinismo. Ma l’analisi deve andare ben oltre. Ci è stata imposta una visione del mondo, un assetto di potere in cui i Baby Boomers hanno giocato il ruolo di monarchi assoluti, in cui noi giovani eravamo sempre a rischio di subalternità. La realtà circostante era composta di illusioni: dai film spielberghiani ai primi videogiochi, dai cartoni animati alla produzione sistematica di giocattoli industriali. La TV, veicolo (quasi) definitivo di verità e non-verità, mostrava la Guerra Fredda, Ronald Reagan e Margaret Thatcher paladini della proprietà privata, il collasso dell’Unione Sovietica, la consacrazione degli USA come unica superpotenza mondiale. Sulle strade, invece, frotte di giovani si iniettavano eroina all’ombra di centri commerciali in costruzione. Era questa la realtà: gli occhi densi di meraviglie, la vita di tutti i giorni nascosta dai colori. I politici intascavano mazzette, parlavano una lingua sconosciuta e indebitavano la generazione successiva. Il potere economico faceva la spesa in un ambiente sempre più inquinato.

Hanno tentato di rendere la Generazione X un esercito di manichini ma non hanno considerato il valore umano, non hanno considerato che chi realizzava un’opera d’arte, per quanto commerciale, per quanto legata al cinema, alla musica o ai fumetti, inseriva all’interno della propria opera una voce di ribellione. E così ci hanno resi una generazione fieramente priva di dogmatismi, quasi anarchica, una generazione con cui un giorno, dismesso l’ultimo dei Baby Boomers, la superficialità dei Millennials dovrà fare i conti.

Da Breakfast Club (1985) a Risky Business (1983), da The Warriors (1979) a Schegge di follia (1989), da Trainspotting (1996) a Fight Club (1999), da Clerks (1994) a Fa’ la cosa giusta (1989), sono stati molti i film che hanno cercato di raccontare la Generazione X, tutti fottutamente anarchici, tutti caratterizzati da un sano disinteresse per la propria reputazione; come, del resto, disinteressata della propria reputazione è stata appunto la Generazione X. Saremmo dovuti essere disorientati, pigri, nichilisti e senza obiettivi, ma questo senso di smarrimento si è trasformato in una fonte d’ispirazione verso cui i Millennials nutrono una specie di venerazione, forse proprio per comprenderne lo spirito.

Cosa ci ha portati a radicalizzare la musica elettronica, i videogiochi, le produzioni hollywoodiane, tutta la cultura pop che si respira ogni giorno? Abbiamo, di fatto, creato un nuovo mondo? Lo smartphone da cui nessuno più stacca gli occhi, non è forse un risultato dei nostri sogni al cinema, mentre guardavamo Explorers (1985)? E quindi non siamo forse noi i burattinai, adesso? Prenderne coscienza sarebbe come appropriarsi del futuro. Presentati in senso negativo, cancellati prima ancora che potessimo iniziare a chiamarci generazione, abbiamo adesso il potere di definirci, con la lucidità del senno di poi, in relazione alle generazioni che verranno.

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