Un mio articolo su Vvox: La sinistra riparta dal… non fare più la destra

In tutto il mondo la nuova destra sta vincendo grazie al fiero consenso dei propri elettori. I vari Trump, Salvini, Bolsonaro e Orban si impongono perché si rivolgono direttamente al proprio elettorato, sostenendo i principi di questo elettorato e convincendolo a tornare al voto. Non cercano di persuadere il più ampio spettro di persone: promettono ciò che la loro gente vuole. Salvini dalla spiaggia parla all’italiano medio, gli mostra che in fondo lui è un uomo comune, vicino alla esigenze e ai divertimenti di chi sgobba ogni giorno, e che ogni giorno trova nella rete il proprio sfogo. Anche con la perdita di credibilità degli ultimi giorni, il leader leghista gode ancora di un largo consenso, frutto di una comunicazione mirata al suo elettorato: in tutto questo Salvini è l’effetto, non la causa.

Esporre rosari, fare il dj con l’inno di Mameli, giocare alla crisi di governo sono strategie più o meno efficaci che irritano solo chi già gli vota contro, non certo chi gli è fedele; ecco che allora le reazioni scandalizzate suonano ridicole, già si fa male da solo, e l’indignazione della cosiddetta “sinistra” è ipocrita, radical chic, considerando quanto la sinistra si è spostata al centro (o addirittura a destra) negli ultimi tempi e quanto questa scelta l’ha di fatto consegnata alla sconfitta, non solo ideologica. D’altronde la sinistra se l’è cercata, la posizione della sconfitta, a inseguire per anni le stesse identiche politiche liberali che sono proprie di una certa destra, convinta che fosse indispensabile invitare quella parte di elettorato a votare a sinistra, che fosse risolutivo seguire le regole del mercato, che fossero da disconoscere i temi storici che le appartenevano.

Sul serio crediamo che le politiche economiche del PD siano tanto diverse da quelle della Lega o di Forza Italia? A determinare chi si deve sedere su una poltrona sono le forze imprenditoriali e finanziarie, mica gli elettori. Perlomeno il consenso popolare la sinistra dovrebbe riprenderselo, non tanto per governare, ma almeno per raddrizzare quel fatidico ago della bilancia; ecco che allora diventerebbe salvifico tornare a parlare al proprio elettorato, fuggito dalla cabina elettorale o rifugiatosi tra le braccia del M5S. Non dovrebbero essere più trascurati i temi del lavoro dipendente, della cultura, dell’ecologia e del welfare. Una sinistra favorevole alla Tav, considerando l’impatto economico sulle casse dello stato e quello ambientale sul territorio, non può definirsi “sinistra”, come non può definirsi “sinistra” se si oppone a misure come il reddito di cittadinanza, oppure se mira alla sicurezza quando per tutelare questa sicurezza abbiamo telecamere e polizia fin sull’uscio di casa, e forse anche dentro.

Chiariamoci, nessuno si aspetta miracoli, ma riportare il piano di discussione su temi essenziali è ora d’obbligo. Sul piatto ci devono essere dibattiti sul contrasto ai cambiamenti climatici, sull’emigrazione dei giovani, sulla tutela delle minoranze e dei più deboli, non sul fatto che in spiaggia ci si debba andare in cravatta o in costume. Riportare nel quotidiano un po’ di filosofia non può che essere salutare per tutti, ammesso che chi ci guida non tema proprio questo.

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Compact disc, vinile e musica liquida: la battaglia del secolo

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I dati sono palesi: è un momento di cambiamento, il cd è in declino, il vinile gode di un rinnovato interesse, la musica liquida impera. Inutile ribadire in questo articolo riflessioni che si trovano abbondantemente in rete; è mia convinzione che non vi sia nulla di nuovo, la ruota gira e le sorti del cd erano già segnate, dato che per tutta la sua esistenza ha dovuto sempre confrontarsi con il vinile. Che sia arrivato il momento di suonarne un requiem?

Il cd è un formato che non ho mai amato particolarmente, minimalista nell’estetica e asettico nei contenuti affettivi, o meglio nella capacità di affezionare, considerato l’orribile aspetto, plasticoso e destinato al consumo di massa, ma per una ventina d’anni è stato il formato che ho usato di più, perché imposto dal mercato, quindi una certa passione l’ho sviluppata; certo, niente a che vedere con il sacro rituale di appoggiare la puntina su un vinile o il tenero ricordo del ghetto blaster, eppure trovo necessario tributare al compact disc una superiore qualità d’ascolto: è più dinamico, con una banda passante maggiore, con meno distorsione e con un’ampia gamma di frequenze a disposizione, anche se questa è la principale responsabile della cosiddetta loudness war, che ha alterato la cara vecchia dinamica dei dischi di una volta.

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Pochi sanno che il cd è nato da una joint venture Sony-Philips all’inizio degli anni Ottanta e che rappresenta la risposta al Laserdisc, tecnologia sorta da un precedente accordo Philips-MCA. Il cd è quindi il prodotto di una battaglia commerciale e serviva alla vendita di nuove apparecchiature di riproduzione. Niente di romantico, insomma. Il primo lettore fu lanciato il primo ottobre 1982 dalla Sony e il primo cd a superare il milione di copie vendute è stato Brothers in Arms dei Dire Straits, primo album registrato completamente in digitale.

A casa mia il cd c’è arrivato nei primi anni Novanta. Per molti anni avevo sperimentato di continuo il frustrante cerimoniale del giradischi e la prospettiva del facile ascolto data dal cd mi sembrava una salvezza. In un certo senso lo fu, perché il già notevole tempo passato davanti allo stereo crebbe a dismisura. I primi compact disc che acquistai erano tristi: replicando le copertine dei vinili ma non avendone lo stesso impatto grafico, viste le dimensioni ridotte, contenevano poche note e ancora meno immagini.

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Quelle scritte piccole, la maggior parte delle quali riservate a spiegazioni tecniche, mi amareggiavano; tuttavia la facilità di distribuzione del nuovo formato mi permetteva l’acquisto di riviste contenenti sampler interessanti, e le dimensioni ridotte dell’oggetto consentivano una collezione più agile.

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Una particolarità di quei tempi, prerogativa solo degli USA, era la confezione in cartone che conteneva il cd e che di fatto accomunava l’oggetto al ben più poderoso lp.

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Credo sia cominciata da qui la necessità di artisti e case discografiche di supportare esteticamente le proprie edizioni, riferendosi al vinile come metro di paragone, ed è per questo che il vinile ha sempre resistito, nonostante un notevole calo di vendite: il vinile possiede un’impareggiabile valenza estetica, ineguagliato riferimento per ogni supporto fisico.

La trovata artistica più riuscita per il compact disc è stata il Digipak, ovvero una confezione cartonata e ricca di abbellimenti.

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Dei tanti Digipack che ho avuto sottomano mi piace ricordare 10,000 Days dei Tool, completo di lenti per la messa a fuoco di immagini 3D.

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Il confronto con il vinile non è quindi mai cessato, e questo è dovuto al tipo di supporto fisico del vecchio formato. L’affetto dei padri e dei fratelli maggiori verso il disco è stato tramandato alle nuove generazioni attraverso una serie interminabile di copertine di grandi dimensioni e di grande impatto. Collezionare vinili era quasi come possedere una galleria d’arte. Per quanto riguarda la resa acustica, la presunta superiorità d’ascolto del vinile è, appunto, solo presunta; c’è chi come me apprezza il suono ovattato, caloroso e scricchiolante della puntina, ma l’apertura sonora del cd non ammette(va) rivali.

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A metà degli anni Zero molte grafiche replicavano le confezioni dei vinili: simpatiche e da collezione, ma solo questo. I cofanetti e le raccolte a prezzi contenuti sono state una bella rivoluzione, soprattutto per le tasche dei consumatori di musica, ma erano il preludio alla fine: gli acquirenti desideravano tornare a possedere un oggetto di ottima fattura.

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E ora, quale gusto c’è a comprare un cd? L’aspetto esteriore è francamente povero. Le registrazioni odierne, pensate per i supporti compressi, suonano male anche se ascoltate attraverso un buon impianto stereo. Certo, le stampe in vinile non sono meglio, perché derivate da una matrice digitale; meglio i vinili d’epoca, anche in nuove ristampe accuratamente selezionate, mentre è forse anacronistico produrre un vinile con registrazioni digitali moderne, pensate per altri supporti.

È a questo punto che subentra la musica liquida. Stiamo vivendo un periodo delicato per l’industria musicale, una fase di transizione: lo streaming genera più introiti rispetto alle vendite tradizionali. Dal punto di vista qualitativo non si dovrebbe compiere l’errore di snobbare la musica liquida: se ascoltata attraverso una buona piattaforma, o scaricata in formato non compresso, filtrata con un ottimo DAC e un buon impianto stereo, la musica liquida evidenzia qualità strabilianti. Dal punto di vista estetico siamo invece all’assenza più marcata. Quale impatto avrà sul consumatore lo si vedrà solo nei prossimi dieci o vent’anni. Considerate le riflessioni fatte sinora, ho poca fiducia che la musica liquida possa dettare legge a lungo, a meno che non trovi soluzioni che soddisfino il consumistico desiderio di possedere. Per adesso questo aspetto viene sublimato dallo smartphone, dal lettore digitale o dal laptop: bastano?

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L’innovazione più interessante riguarda i contenuti: sono tornati a dettar legge i singoli e così ci vengono risparmiati album noiosi, prolissi e pieni di filler. In teoria questo comporterà il fatto che verranno pubblicati meno album e le canzoni saranno di meno, a favorire un minor costo nella creazione del progetto, e probabilmente si rilasceranno dischi solo in concomitanza con i tour in programma. Molti potrebbero limitarsi a singoli ed EP, dove riversare la maggior dose qualitativa. Decongestionare il mercato non sarebbe un’idea malvagia: a lungo andare l’abbondanza di produzioni dovrà necessariamente venir mitigata da una selezione spietata.

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Per un musicista si prospetta la possibilità di dare il meglio di sé, commercializzando con competenza il proprio prodotto e proponendo musica di qualità. Altrimenti verrà consegnato all’oblio. La facilità di registrazione e la possibilità di stampare in vari formati (ci sono band che stampano solo in cassetta, ad esempio) donano molteplici possibilità a chi ha voglia di fare. L’artista deve ora essere eclettico, trasformandosi anche in manager, producer e organizzatore di eventi: una buona sfida.

Probabilmente l’album fisico resisterà, sebbene i prezzi stiano salendo in maniera folle e i prodotti si stiano tramutando in edizioni speciali o da collezione, con tutta una serie di gadget e servizi aggiuntivi. Aumentare i contenuti non è una soluzione da disprezzare. Le prospettive per la musica ci sono e sono importanti. Il cd è in agonia ma non morirà mai, così come non è morto il vinile. La musica liquida è una panorama ancora tutto da esplorare. Usufruire di musica non è mai stato così bello e semplice: ce n’è per tutti i gusti e tutte le tasche, possiamo tramutarci in polpi e con i nostri tentacoli afferrare tutte le realtà che vogliamo. Basta volerlo.

La rivincita della Generazione X

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Ci hanno snobbati, criticati e derisi. Considerati una generazione di perdenti, identificati con il simbolo di un’incognita matematica, ci siamo contraddistinti per il nostro nichilismo, per la sfiducia nei valori tradizionali e nelle istituzioni. Del resto, la nostra generazione è stata quella dei primi punk inglesi, con il loro rifiuto della generazione precedente e la sensazione di essere una generazione perduta, inutile per la propria società.

E, a conti fatti, noi appartenenti alla Generazione X siamo stati proprio questo, schiacciati tra gli egocentrici Baby Boomers e gli arroganti Millennials.

La Generazione X raccoglie suppergiù i nati tra il 1964 e il 1982. I nostri padri hanno costruito il boom economico sin da giovanissimi, donandoci un benessere che sfociava nel consumismo; forse è proprio per questa prosperità che ci siamo lasciati andare all’apatia e al cinismo. Ma l’analisi deve andare ben oltre. Ci è stata imposta una visione del mondo, un assetto di potere in cui i Baby Boomers hanno giocato il ruolo di monarchi assoluti, in cui noi giovani eravamo sempre a rischio di subalternità. La realtà circostante era composta di illusioni: dai film spielberghiani ai primi videogiochi, dai cartoni animati alla produzione sistematica di giocattoli industriali. La TV, veicolo (quasi) definitivo di verità e non-verità, mostrava la Guerra Fredda, Ronald Reagan e Margaret Thatcher paladini della proprietà privata, il collasso dell’Unione Sovietica, la consacrazione degli USA come unica superpotenza mondiale. Sulle strade, invece, frotte di giovani si iniettavano eroina all’ombra di centri commerciali in costruzione. Era questa la realtà: gli occhi densi di meraviglie, la vita di tutti i giorni nascosta dai colori. I politici intascavano mazzette, parlavano una lingua sconosciuta e indebitavano la generazione successiva. Il potere economico faceva la spesa in un ambiente sempre più inquinato.

Hanno tentato di rendere la Generazione X un esercito di manichini ma non hanno considerato il valore umano, non hanno considerato che chi realizzava un’opera d’arte, per quanto commerciale, per quanto legata al cinema, alla musica o ai fumetti, inseriva all’interno della propria opera una voce di ribellione. E così ci hanno resi una generazione fieramente priva di dogmatismi, quasi anarchica, una generazione con cui un giorno, dismesso l’ultimo dei Baby Boomers, la superficialità dei Millennials dovrà fare i conti.

Da Breakfast Club (1985) a Risky Business (1983), da The Warriors (1979) a Schegge di follia (1989), da Trainspotting (1996) a Fight Club (1999), da Clerks (1994) a Fa’ la cosa giusta (1989), sono stati molti i film che hanno cercato di raccontare la Generazione X, tutti fottutamente anarchici, tutti caratterizzati da un sano disinteresse per la propria reputazione; come, del resto, disinteressata della propria reputazione è stata appunto la Generazione X. Saremmo dovuti essere disorientati, pigri, nichilisti e senza obiettivi, ma questo senso di smarrimento si è trasformato in una fonte d’ispirazione verso cui i Millennials nutrono una specie di venerazione, forse proprio per comprenderne lo spirito.

Cosa ci ha portati a radicalizzare la musica elettronica, i videogiochi, le produzioni hollywoodiane, tutta la cultura pop che si respira ogni giorno? Abbiamo, di fatto, creato un nuovo mondo? Lo smartphone da cui nessuno più stacca gli occhi, non è forse un risultato dei nostri sogni al cinema, mentre guardavamo Explorers (1985)? E quindi non siamo forse noi i burattinai, adesso? Prenderne coscienza sarebbe come appropriarsi del futuro. Presentati in senso negativo, cancellati prima ancora che potessimo iniziare a chiamarci generazione, abbiamo adesso il potere di definirci, con la lucidità del senno di poi, in relazione alle generazioni che verranno.