L’editoria nelle mutande

Il recente incarico offerto ad Alessandro Di Battista da parte di Fazi Editore (QUI) illustra in pochi frame quello che è lo stato dell’editoria italiana. Da una parte gli scrittori sono sempre meno competenti e preparati, sommergendo di biancheria sporca redazioni che altrimenti avrebbero il tempo di selezionare chi merita davvero, dall’altra il cane si morde la coda perché gli stessi editori si affidano quasi esclusivamente a regole di mercato, privilegiando personaggi e non persone, storie e non tematiche.

Ecco che allora sugli scaffali si affollano parvenu supportati da numeri social, youtuber dal cervello posticcio, avvocati e ingegneri con la storia nel cassetto; e ancora vicende banali che esistono per ignoranza del lettore, la quale esiste per pusillanimità di case editrici che sempre più spesso si affidano ad agenzie letterarie, più o meno adatte a vendere mutande in un negozio della grande distribuzione, più o meno intenzionate ad avere come unico obiettivo la possibilità di intercettare un pubblico, elemento dirimente per editori e agenti ma mai per un autore, o almeno così dovrebbe essere. Agenti, editori e pseudo-scrittori ci dimostrano allora che la competenza non è affar italiano, considerati i titoli presenti in libreria, dove gli autori non sono scrittori ma qualcos’altro, cuochi – ex poliziotti – esperti di comunicazione e via così, e dove a dirigere una collana di saggistica è chiamato un personaggio, appunto, non-scrittore e non-editore ma “da grande voglio fare lo scrittore, scrivo da quando ho memoria”, e bastasse questo. Attenzione, è distante qualsiasi commento politico, sia chiaro, d’altronde lo stesso Di Battista cosa può fare con una collaborazione temporanea di appena sei mesi?

La risposta è implicita e si legge come una mossa di marketing, sempre più in rotta contraria a quello che è conoscenza, pertinenza e curiosità.

collage

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