Recensione di Leto (Summer)

LETO (SUMMER), ovvero “Sulla filosofia del loser”

Il cinema toglie, il cinema dà. Toglie la pazienza con un film mediocre come Bohemian Rapsody, dona ossigeno con un vero rock movie come Leto – Der Film. Come tutto il cinema d’essai non siamo davanti a una visione facile. La pellicola è una narrazione intensa, in una Leningrado in bianco e nero di inizio anni Ottanta, tra i primi passi di band underground che sognano libertà e un rock che giunge in URSS solo tramite il contrabbando. E come contrabbandieri affrontiamo la sala sicuri che saremo in pochi, in silenzio, solo a fatica addomesticati da sonorità lontane da quelle occidentali ma che pur le imitano, da David Bowie ai Sex Pistols, da Lou Reed ai T-Rex e a Iggy Pop, con musica onnipresente disseminata ovunque, soprattutto nell’immaginazione di ragazzi bramosi di vita. La copertina di Blondie, la creazione grafica dell’album degli Who, i concerti in appartamento, la sala prove in una squallida stanzetta, il tormento e la passione dell’esistenza, tra la libertà e oppressione, tra amore e politica. Non un capolavoro, ma un film rock, finalmente.

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