Un mio articolo su Vvox: Bohemian Rhapsody, cinepanettone che tradisce il vero Mercury

Sono andato a vedere Bohemian Rhapsody e non mi è piaciuto. Ho scritto una recensione tagliente e senza scrupoli: the show must go on…
Ecco di seguito il testo integrale dell’articolo:

Sulle tavole natalizie il connubio rock-cinepanettone non era ancora stato servito. Abbiamo cenato con fantascienza-cinepanettone, fantasy-cinepanettone, mistery-cinepanettone, ma con rock-cinepanettone ancora no. Gli appassionati di rock sono sempre riusciti a evitare polpettoni sentimentali sui propri idoli, e i film più riuscitisull’argomento (Control, The Doors, Ray, Walk the Line, 24 Hour Party People) hanno addirittura centrato nel segno. Fino all’altro ieri, fino al biopic sui Queen dal titolo Bohemian Rhapsody e fino allo sdoganamento del fake-rock a uso e consumo di nonni e nipotini. È a quel punto che il rock-cinepanettone ha assunto la propria forma naturale con canditi e uvetta, nella migliore tradizione glam a cui i Queen di inizio carriera si riferivano. Ma di tutto quel glam rimangono solo i canditi, la scrupolosa ricostruzione dell’estetica della band e delle performance live sempre sopra le righe, perché della polpa, del messaggio che sta alla base del concetto rock, non si trova traccia. Il rock è rivoluzione, dissenso, lotta, politica, sudore, sputi, sudiciume, scandalo e provocazione, e di tutto questo in Bohemian Rhapsody non c’è proprio nulla.

E dire che si parte bene, con un Malek-Mercury che afferma con spocchia «siamo quattro emarginati male assortiti che suonano per altri emarginati: i reietti in fondo alla stanza che sono piuttosto certi di non potersi integrare. Noi apparteniamo a loro», salvo poi che questa affermazione viene regolarmente tradita per tutta la durata del film. A tratti, anzi, verso il rock e verso la memoria di Freddie Mercury il film diventa addirittura offensivo: piatto, noioso e inconcludente, edulcorato quel tanto che basta per essere visto da famigliole e ragazzini, sta al rock come un chierichetto sta a una messa nera, alla pari di un impostato rimprovero moralista.

Mercury, tanto esplosivo sul palco quanto riservato nella vita privata, viene ritratto come una persona solo superficialmente colpita dalla scoperta di essere gay a un passo dal matrimonio con una donna, per divenire nel prosieguo della narrazione un educato pederasta (mai troppo esplicito, per carità!) che gozzoviglia in festicciole, quasi queste fossero una maledizione, e in realtà non ci si diverta pure. Immancabile la scena madrein cui un Mercury a un passo dal baratro (ma quando mai), sotto la pioggia di una Monaco dedita solamente ai gay party, caccia il proprio amante e poi si avvia solitario sotto l’acquazzone. Violini.

Non è ancora finita, perché il nocciolo della questione è sul significato dell’intera vicenda di Mercury, che viene del tutto malinteso: si arriva a battere il pugno sulla poltroncina della sala cinematografica non appena viene inscenato il falso storico relativo alla scoperta di aver contratto l’HIV prima del Live Aid, quasi intendere che l’omosessualità di Mercury abbia messo a rischio vita, carriera e band, per poi salvare tutto con un semplice “tornare a fare musica”, quando nella realtà la vita di Mercury era nel punto più alto della parabola, e allora i versi “Is this the real life? Is this just fantasy?” diventano addirittura profetici, esplicitando l’ordinaria messa in scena del rocker maledetto e poi redento. E non si può millantare la giustificazione “è solo un film, serve alla trama”, perché la figura di Mercury, smisuratamente carismatica ma forse sopravvalutata in ambito musicale, i Queen non erano certo uno dei complessi più innovativi dell’epoca, è stata invece fondamentale per la presa di coscienza verso l’Aids e verso i movimenti lgbt; aver sorvolato sugli ultimi anni della sua vita (e su quello che è successo dopo) è semplicemente ridicolo, certi argomenti andavano trattati proprio perché c’era l’occasione di poterli trattare. Si salva solo la fedele ricostruzione del Live Aid, ma riguardando l’originale su YouTube ci si chiede se un remake serviva davvero.

Leggi l’articolo sulla pagina di Vvox

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Olmopalooza Time 90

collage

Domenica 2 dicembre abbiamo celebrato Olmopalooza, il più grande minifestival indipendente degli anni Novanta. È stata una serata intensa vissuta assieme ad amici sinceri, legati alla scena musicale vicentina.

“Scena” significa “un gruppo di persone che si muovono compatte verso una direzione condivisa”, un fenomeno caratterizzato da un sentimento di appartenenza, dalla necessità (e dal piacere) di identificarsi con idee che si sentono affini, una prerogativa appartenente in maniera quasi esclusiva alla cultura giovanile, ai ventenni, forse perché la ricerca delle propria individualità passa anche dal comprendere quale ruolo si è chiamati a giocare nella società. In questo senso, allora, la scena è anche formativa.

È stato un periodo creativo e aggregativo, in cui centinaia di giovani hanno vissuto una serie di eventi musicali costantemente collegati fra loro. I musicisti non erano soltanto musicisti, ma anche spettatori, finanziatori e talvolta organizzatori. C’era coraggio, voglia di fare, c’era il senso collettivo di una direzione che teneva assieme diverse iniziative. C’era l’orgoglio di appartenere a una minoranza.

Poco importa se la scena era fatta anche di litigi, rotture e invidie: questo aspetto era parte di un rito di iniziazione tribale verso l’età adulta.

Ci hanno chiamati Generazione X, una generazione senza ideali che non sapeva cosa voleva, ma in verità siamo stati il colpo di coda di un’onda che è partita negli anni Sessanta con i movimenti di protesta giovanili, la ricerca di un mondo diverso, più umano e rispettoso dell’ambiente. Ideali che sono stati sconfitti all’inizio degli anni 2000 durante eventi come il G8 di Genova.

Mi è stato chiesto cosa ha significato per me l’Olmopalooza. Ebbene, tutto questo, l’Olmopalooza, la mia giovinezza, il fare musica assieme ai miei amici, mi ha insegnato che non è mai facile essere un dissidente. Non è mai facile lottare contro l’ipocrisia del benessere. Ho imparato che posso pensare, dubitare e obiettare, ma soprattutto ho imparato che se voglio combattere per un ideale che ritengo giusto, nella mia lotta non sarò mai solo.