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Ieri sera eravamo tantissimi, più di duecento persone, a celebrare quelli che sono stati i nostri vent’anni, quelli che sono i vent’anni di tutti.
Non esiste passato, non esiste futuro, è tutto qui, ora.

“Ci hanno chiamato Generazione X, una generazione che non sapeva cosa volere. Ma in questa città ipocrita e moralista, abitata solo da due tipi di persone, gli affaristi e le loro vittime, dove tutto muore a parte il cemento, dove niente nasce se non centrocarceri commerciali, tribunali gotham-city e nuove basi americane, noi c’eravamo. Costruivamo palchi con quattro assi di legno e collegavamo microfoni ammaccati a gracchianti impianti voce. Scrivevamo canzoni e urlavamo la gioia dei vent’anni. Appartenevamo a una minoranza e ne eravamo consapevoli; per strada la gente ci evitava, ci sentivamo orgogliosamente diversi, superbamente antagonisti, anche se i risultati delle nostre battaglie erano spesso modesti. Avevamo la dignità di essere dei perdenti.
È sempre difficile capire cosa fare per opporsi a qualcosa, la voce dei dissidenti non è mai tollerata nella società moderna.”

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